Episodio breve [16]: Ciao, ipotetico qualcuno.

Lettera ad un ipotetico qualcuno che ho ritrovato fra le scartoffie di duemila anni fa:

A te che mi hai dato della ragazza INTENSA ti auguro pollo bollito per cena,
Riso in bianco rigorosamente scotto,
verdure bollite,scondite
E cereali integrali insapore.
Ti auguro magliette bianche con il colletto alto,  infilate DENTRO i pantaloni.
Ti auguro del sesso,
ma solo in camera,sul letto, con le luci spente e i calzini addosso e programmato la sera prima. O due sere prima.
Ti auguro non esattamente l’ AMORE ma quel sentimento che può essere scambiato erroneamente per amore in un giorno in cui ti senti particolarmente annoiato.
Ti auguro giorni in cui ti senti particolarmente annoiato.
Ti auguro una casa dal colore che ricorda vagamente i cereali integrali insapore.
Ti auguro un lavoro che richiede solo magliette bianche con il colletto alto,
infilate DENTRO i pantaloni.
Un ufficio senza finestre, biscotti Mulino Bianco sciolti nel latte freddo e pane integrale raffermo.
Ti auguro foto matrimoniali incorniciate in una fottuta cornice a forma di cuore con i brillantini.
Ti auguro un cane che fa pipì sempre nello stesso medesimo punto della casa MA non ogni giorno, solo “spesso”. Abbastanza da farti dimenticare di nuovo il loco infimo e farti inciampare nuovamente sopra con i calzini bianchi un mercoledì mattina.
Ti auguro una settimana intera di mercoledì mattina.
E ti auguro conversazioni infinite che non sfociano mai in qualcosa di interessante o profondo, ti auguro solo discorsi di vomito di bambino, di pannolini ripieni, di “amore, hai portato a spasso il cane oggi?” e di calzini sporchi di piscio.
Ma non ti auguro me.
Me? Mai più, mai.
Ti auguro tutti i figli che non eri sicuro di volere e, in particolare, una figlia
Si, una figlia
il cui sorriso ti ricorderà fin troppo il mio.

Fine episodio breve [16]

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Episodio breve [15]: a volte ritornano.

So che è passato del tempo dall’ultima volta che ho scritto qui e la verità è che non mi sento neanche in colpa perché evidentemente non avevo lo stesso “bisogno” che avevo prima e quindi, perché scrivere se non si ha niente di interessante da dire? Evidentemente questo concetto Paulo Coelho ancora non l’ha capito e manco Moccia. Vabbè amici, prima o poi gli verrà anche a loro l’illuminazione. Oltre alla mancanza di materiale creativo mi sono ritrovata nel mezzo del traffico, ovviamente in senso figurato perché ancora non ho la patente (e sì, ho più di 18 anni); un traffico emotivo, rumore di emozioni contrastanti, annebbianti, impossibili da ignorare. Non mi era mai successo niente di simile e all’inizio ho anche avuto timore di non riuscire a “sovrastare” questo rumore con la mia propria voce. In parole semplici: non riuscivo ad impormi sulle mie emozioni, non riuscivo a controllarle e nemmeno a metterle in qualche modo “in ordine”. Ho sempre avuto il controllo su tutto, perché se hai progetti nella vita bisogna organizzarsi prima, si deve programmare ogni singolo tassello altrimenti niente riesce come dovrebbe o come vorresti; sono così, non so se sia per l’ansia pressante o perché ho manie di controllo, però fino ad ora ha funzionato. Più o meno. Adesso sono ancora bloccata nel traffico, ma non mi interessa. Non voglio alzarmi e urlare a squarciagola per farmi sentire, non voglio impormi o controllare nulla perché per una volta voglio vivere così. Lascio che il traffico si “sbrogli” da solo e voglio stare seduta in macchina ad ascoltare i clacson assordanti delle mie emozioni. Detto in parole povere? Mi sono innamorata.

Lasciamo questo discorso per un pensiero che ho avuto mentre il sole splendeva nel cielo azzurro, qui a Barcellona. A volte, quando la memoria vaga nelle zone recondite della vita, mi lascio trasportare dall’idea di una dimensione parallela in cui sono rimasta nel mio paesello in provincia di Brescia, nella la mia casa d’infanzia in mezzo ai vigneti e al niente. Ancora con il mio giardino, con il portico delle feste estive e delle chiacchiere notturne, con i miei cani, i coniglietti selvatici che ogni tanto facevano capolino nei cespugli, i peschi, i pomodori, l’erba appena tagliata il sabato mattina, la rugiada, le pigne (da piccola pensavo fossero le case degli elfi), i tre cipressi, l’ulivo. Ricordi tristi e felici infestano quella casa, come spiriti di leggende urbane. Me l’hanno strappata via, ho visto il mio piccolo mondo sicuro disgregarsi, non sono nemmeno riuscita a dirle addio perché l’Australia chiamava e il mio cuore palpitava già per luoghi lontani e sconosciuti. Ma questo episodio, questo pensiero partorito ovviamente in metro, non riguarda la mia casa, ma la vita per sé che ho lasciato lì. Ci ho vissuto fino ai miei 16 anni compiuti e praticamente è stata testimone di amicizie perdute, rinnovate e perdute di nuovo, di un amore adolescenziale e di mille pensieri, mille discorsi che riempivano le stanze e rimbombavano fra i muri. “Mamma, ma perché non riesco ad avere tanti amici come le altre?”, “Mamma perché il ragazzo X preferisce lei a me?” Sono domande stupide, ma che all’età di 11 fino ai 14 anni si sa che l’unica guida del corpo è l’ormone impazzito. Il fatto è che in me non c’è mai stato niente di sbagliato, si trattava solo del “posto”, quello era sbagliato. Non riuscivo a inserirmi con gli altri perché non avevo il loro stesso carattere, io rispondevo, io ero volgare, io ero “strana”, stravagante nella maniera di pensare e di vestirmi. Non piacevo ai ragazzini perché a momenti avevo più testosterone di loro e perché ovviamente le ragazze dal carattere forte fanno paura e quindi niente. All’età, ci soffrivo per queste idiozie e ci avrei sofferto ancora se fossi rimasta lì; quindi questo episodio è per tutte le ragazze come me che sono sempre state scartate per bambole gonfiabili, per tutte le ragazze che si sentono destinate ad altro e si chiedono se sia tutto lì quello che ha la vita da offrire, se sarete per sempre considerate come “quella strana” o “quella diversa” e ve lo dico io: NO! Andatevene via, lontano, andate in posti talmente grandi dove la parola “speciale” non vi si addice più, andate dove la vostra personalità viene considerata più delle vostre tette. Andate in un posto dove, in un qualsiasi momento di una giornata soleggiata, in metro, vi sorprendete a pensare a quelle domande inutili e a quelle sofferenze inflitte da persone che rimarranno per sempre in quel paesello. Detto con il cuore, ANDATEVENE VIA.

 

Fine episodio breve [15]

Short episode [3]: “Si mamma, we’re in 6”

27786197_1578271152288166_815227806_oAfter 5 days of “recovering” at home with my family in Italy, I came back to Barcelona starting another fase of my life. It’s not totally new because it’s a topic that I have already experienced; I mean, moving into another apartment with new roommates. Even though it’s a beautiful place to stay, I always get so nervous and anxious (what a surprise, right?). I’m pretty much in the same zone of the city in which I was living before with Silvia, however I find it pretty confusing. You have to know that Barcelona has many and many streets and they all look alike each others a lot, so it’s pretty easy to get lost and obviously this is what happened to me the first day, under the pouring rain (YES, IT DOES RAIN IN BARCELONA) carrying the bags of the supermarket soaking wet. Well, it has been a beautiful way to meet the others roommates in the house, totally wet and mumbling very bad words in Italian.

Anyway, the room is how I wanted it to be. It has a giant desk where I can put all the books that I buy just to look smart and all my freaking lights and stupid shits which I’m addicted to (if you don’t know what I’m talking about you have never been inside Tiger or Ale-hop) It’s the paradise of every human being that doesn’t know what to do with their lives; do I really need the toilet paper with kittens drew on it ? OF COURSE NOT! But I’m buying it anyway! Why? I DON’T KNOW.  Oh well, now I do clean my butt with some kitty’s face. I would put it on instagram but I’m pretty sure Mark would block me. Mark you don’t appreciate art with useless things.

So, I like my new room and I do like the apartment which is totally new and pretty comfy. The problem (actually it’s just a paranoia, as usual) is that I’m sharing it with other 5 people; It’s nothing new to me living with others, the thing that it’s pretty difficult to digest is the fact that they are in FIVE! It means that there is always going to be someone in the house, and it also means that I would never take a shit alone. I still have to get confident with them and I already now that only time takes it, it has to pass by and we will get to know each other better and from then I will start using their shampoo without feeling bad after.

But yeah, It’s just the second day now and I have had a real conversation just with one of them. I usually avoid to talk about movies and series when I’m getting to know someone, because I just can’t shut up if I dislikes their preferences, and that was the case:

“Oh, so you like “Three meters up the sky” (really shitty Italian movie). And do you still sleep at night?”

“Yes I do, Emma. So, what’s your favorite movie then?”

“Fight Club.”

And after that the Alaska became a warmer place to be.

End of Short episode [3]

Episodio breve [14]: Adulta come una mela.

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Con la frutta è molto più semplice. È scientifico, ci basiamo sui nostri cinque sensi e siamo già a posto. Siamo al supermercato, reparto frutta e verdura – mi piace pensare che sia l’Esselunga, perché mi ricorda un po’ nonna- e la prima cosa che facciamo è affidarci alla vista, quali pere, fra tutte le altre, sono le più mature? E le mele? E le banane? Per prima cosa ci concentriamo sul colore: La mela più rossa sembra allo stesso tempo la più buona, la più matura, e cosi via per il resto della frutta; seconda cosa: allunghiamo la mano inguantata a tastare, e quindi a verificare, la nostra ipotesi. Se la pera che stiamo toccando è soffice, ma allo stesso tempo NON così soffice da imputridirsi il giorno dopo, abbiamo trovato la prescelta. Anche se, mancano ancora due sensi e io ho specificato che servissero tutti e infatti mia nonna, durante gli afosi pomeriggi estivi, sceglie l’anguria e il melone annusandoli. Non ho mai capito il nesso logico di quella annusatina ma so che la nonna non sbaglia mai e il melone che sceglieva era sempre il più buono. Stesso discorso vale per l’anguria. Manca l’udito, che coincide con l’ultima fase prima di lasciare il reparto: mia mamma che mi sgrida e riprende nuovamente la frutta che secondo lei è davvero matura. E il gusto, che è la parte più facile; torni a casa con la tua bella pera matura, le dai un bel morso e poi la tiri nel pattume perché la torta di mele della nonna è molto meglio.

E invece con le persone come si fa? Quando sai di essere davvero “maturata”? E poi, c’è un manuale d’istruzioni che possa leggere per diventarlo davvero?

Io in queste due settimane ci ho provato, davvero. Mi sono detta: “adesso basta, divento adulta”. E ho buttato via gli Oreo dalla dispensa e ho preso tutti i volantini di corsi di yoga possibili e immaginabili e ho cercato su Spotify “musica da adulti” e mi sono messa ad ascoltare in loop ogni canzone e ho deciso di andare in palestra ogni giorno, anche solo per 40 minuti, e ho comprato un libro di cucina vegana. E ho ripreso gli Oreo dalla spazzatura.

In realtà ci ho provato davvero, sinceramente. Mi sto facendo piacere la curcuma perché i grandi la mangiano per rinforzare le ossa e allora la mangio pure io. Ho cercato di fare ricette più elaborate, organiche e sane e instragrammabili ma la verità è che se essere adulti significa fare la foto alla propria insalata di avocado, io farei anche a meno. E ho cercato pure, per due intere settimane, ad essere politicamente corretta nei discorsi, con le parole, cercando di essere più diplomatica e, appunto, adulta! Ma la verità è che un bel “CAZZO” a inizio frase fa la sua sporca figura, attrae l’attenzione! Poi dopo puoi perfino iniziare un discorso sulla ragion pura di Kant, tanto il tuo inizio clamoroso l’hai dato. Sarebbe più o meno come entrare in palestra con un Big Mac in mano.Insomma, dopo due settimane la verità è che non ho capito proprio niente dell’essere adulti e maturi, so solo che ci sono certe cose che non farò mai nemmeno fra 5,6,7,8 anni: non farò mai yoga perché non so rilassarmi e mi metto a ridere a tutte le incredibili puttanate che vengono dette; non riuscirò mai fare una foto al cibo che mi trovo nel piatto semplicemente perché mi viene in mente la faccia di Chiara Ferragni e non riuscirò mai a sostituire l’avocado con il pane.

Però faccio molte altre cose di cui sono orgogliosa, nel mio piccolo e che mi rendono all’altezza dei miei 20 anni. Come per esempio trascinarmi da una parte all’altra di Barcellona alla disperata ricerca di un appartamento adatto.

E poi, non prendiamoci per il culo, ma quanto cazzo è liberatorio dire le parolacce?

Fine episodio breve [14]

Short episode [2]: Sun.

26906433_1558174114297870_1231358302_o.jpgI will try my best to explain who is the Sun of my life, which I talk about many times here in my short stories; many of you already know my deep bond with my mum, but no one of you do know exactly why there is such a deep relationship between us and why I am so grateful to have her in my life. Let me start from the beginning, I guess back when I was a toddler and I was still learning how to deal with life; as you know, I had a very strange childhood made up of common stuff ,which are normal for a girl of such a young age, and other things that probably are not usuals. I mean, I liked drawing rainbows, watch cartoons and have fun playing with dolls but I had also to deal with a several number of psychologists, and their eccentric practices. Well, I was a strange kid too, I cannot lie. I was a concentrate of creativeness, enthusiastic about things that never happened and never will, I was original and she never tried to change the way I was, she was just worried for me and it’s totally normal for a mum. She has been always there to support me.  Even in the darkest times, that came after, she was there to bright my life and help me with everything I couldn’t deal with in that moment. She made me realize that I was living in a place too “tight” for me, for my ideas and my creativeness: ” You have to go, Emma. You have to travel the world. Don’t let anybody stop you!” And here is the reason of my first serious trip: Australia, Sydney. I was just 16 years old and scared as hell, but she was there, waving her hand and whispering slow (I don’t know if it was for herself or for me): “It’s just the beginning.”

While years were passing by, I started other projects,which obviously involved travel, but I  was developing a strange and hideous feeling that I still have: “What if it happens something horrible to her, or to my brother or to any other member of my family and I’m not there to take care of it?” Every time it hits me like piece of cold glass inside my stomach. I would never forgive me for that, but also it’s a thing highly likely to happen but I know she will never stop me to follow my dreams for this because “Things have to happen, it doesn’t matter what you are doing or where you are.”

So, she is my Sun also because wherever I will be and whatever I will do,I will always be her little sunflower which depends on her sunshine more that anything else; at the end we are just a call away.

End short story [2]

Short episode [1]: Cyclothymia.

Cyclothymia. [ENG version]

 

What does actually mean “Cyclothymia”? Well, it’s a type of chronic mood disorder characterised by shifts of periods of hyperactivity and overproductive spirit and intervals of hypersomnia, apathy and difficulty of concentration.

Let me explain it through some simple examples: a girl, apparently a common girl, one day woke up and she didn’t feel like eating breakfast. “That’s fine” the mum said. But then she didn’t feel like eating neither lunch or dinner. Is it still fine? Always the same little girl, after going to four psychologists, finally got in touch with the term “Cyclothymia” and she thought that it was cool word to brag off at school. She was ten years old when she said to her mum that she feels like a leaf: green,then yellow and then red. So beautiful, so bright! So happy for life and for doing things! But then, winter comes and she feels sick and falls on the ground feeling brownish and dry. The little girl went to so many psychologist’s appointments and she was so full of big words like “depression”, “hyperactivity”,”discomfort” that she felt like she was going to vomit them all at once. One of the psychologists asked the little girl to draw her “ideal family”on a white sheet and she was kind of excited, finally a “normal” activity! While time was passing by, his polite smile brutally changed into disgust and called the mom inside the studio; her heart shattered into pieces when,with the saddest smile, her mom looked at her. “Emma, drawing a family of wolves eating a zebra is not exactly a good thing” and the little girl fell from the tree, feeling brown and dry like a leaf.

I was ten years old when I first got in touch with the word Cyclothymia and its meaning; through the years I felt like I was escaping from my own shadow, I felt like I was trapped inside an infinite cycle without any way out, until suddenly I stopped escaping from my other self for trying to embrace what I am and becoming what i want to be.

End Short story [1]

Episodio breve [13]: Vertigine.

E tu, hai paura del vuoto? Adesso ti spiego, sta attento. È un brivido che ti percorre lungo la schiena, come una tarantola che lentamente risale la spina dorsale. È freddo, è caldo, è di nuovo freddo, glaciale, un freddo che congela. È silenzio, solo le pulsazioni che ti risuonano nelle orecchie. È una sfida, è il respiro che ti si incastra in gola, esattamente come la cena di Natale ancora del 2015. La seggiovia vacilla leggermente, sento le budella contorcersi e al momento stesso mi viene in mente la scena di Frozen, quando il tipo cade sfracellandosi le gambe e successivamente viene divorato dai lupi. Non serve dire che non si tratta del film della Disney, no?

Proprio quel momento cominciai a riflettere sulla vertigine, la paura del vuoto, e pensavo a come circondi tutti noi in diversi momenti della giornata e, alcune volte, per giornate intere. Rimaniamo sulla soglia di questa porta immaginaria e abbiamo paura, paura di varcarla. Abbiamo il terrore di cosa ci potrebbe succedere, delle conseguenze inevitabili che potrebbero essere scatenate da un passo che si è spinto più in là degli altri. Abbiamo paura a “buttarci” in molteplici momenti, proprio per questa vertigine che ci impedisce di prendere decisioni diverse. Cosa succederà poi? E se andrà tutto male? E se andrà tutto bene? E se non sarò più la stessa? E se sarò ancora la stessa? Non lo possiamo sapere; non puoi sapere se l’università che hai scelto sia davvero quella giusta per te e non puoi sapere se trasferirti in un nuovo paese può cambiare realmente le cose e non puoi sapere se questo sia davvero il lavoro della tua vita o se la strada che hai intrapreso sia quella giusta.

Non ti posso dire che io la soglia l’ho varcata, non riesco nemmeno a smettere di tremare per colpa di questa maledetta seggiovia, quello che so è che mi piacerebbe molto farlo. Mi piacerebbe andare oltre e non avere paura del vuoto. Mi piacerebbe essere cosí forte da non sentire i brividi di paura percorrermi lungo la schiena ma …. e vorrei che non esistesse nessun “ma”.

Ho ancora gli sci che ciondolano nel vuoto, le mani strette attorno alle racchette e il silenzio del bosco innevato a farmi compagnia. Scendo e scio. La rifaccio un’altra volta e già sento di non aver più timore. E via così, ancora e ancora una volta, salgo e scendo e mi sento bene. Che sia così semplice anche per tutte le altre decisioni? Basterebbe varcare la soglia una, due,tre volte per non avere più paura? Eppure non ho ancora la più pallida idea di quello che voglio fare nella vita e,ad essere sinceri, non so nemmeno di essere nel posto giusto in questo mondo.

Forse dovrei semplicemente chiudere la porta. E tu, hai paura del vuoto?

Buon anno.

Fine episodio breve [13]

Episodio breve [12]: Odore di caffè.

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“Come ti senti?”

Inclinai leggermente la testa verso un lato, soppesando la domanda. Come mi sento. Al momento sento molte cose, in verità. Sento lo strusciare lieve delle pagine del Corriere della Sera che in questo momento sta per essere letto da un uomo sulla settantina seduto al mio lato destro. Le dita ingiallite dall’evidente dipendenza dalla nicotina, lo schioccare delle labbra nel leggere una deludente notizia sportiva. Sento il tintinnare delle tazzine e dei piattini di ceramica, il fischiare della macchina per il caffè, il latte versarsi, le risatine sommesse delle bariste, indaffarate, dietro il bancone. Cade un cucchiaino. “Mi scusi, aspetti che …”, “Non si preoccupi, già raccolto”. Sento l’aria gelida dell’inverno soffiarmi sulla parte sinistra del viso ogni volta che qualcuno apre la porta per entrare, e il campanello suona per avvertire. L’odore di caffè mi penetra nelle narici, senza chiedere il permesso agli altri odori, così prepotente che per un attimo annebbiò ogni cosa.

Per un momento c’è stato solo caffè, rumore e odore di caffè.

Come mi sento, cazzo. Dovrei rispondere, sono ben 5 minuti che sto rimuginando sull caffè, penserà che sia scema. In realtà sto solo cercando di non avere un attacco di panico, cosa che ultimamente ricorre sempre più spesso nella mia quotidianità. Una volta l’ho avuto in un bagno pubblico, pensavo di essere rimasta chiusa dentro per l’eternità e di dover vivere poi con l’unico scopo vitale di passare la carta ai vicini di bagno. Alla fine sono riusciti a tirarmi fuori, anche questa è diventata” una delle migliori storie da raccontare al cenone natalizio”, un libro per grandi e piccini! Torniamo al panico improvviso, perché accade? Cosa si sente? La verità è che si tratta della prima volta in cui esprimo questo mio malessere momentaneo e non mi è mai passato per la testa di provare a chiedere a qualcun altro se sentisse gli stessi attacchi che sento io, mi limito dunque alla mia esperienza personale. La prima cosa che sento è il raffreddamento repentino delle mani più un leggero tremolio, come se avessi freddo nonostante mi trovi in un luogo caldo o al coperto. E il cuore che accelera sempre di più, sempre di più, cerco di non dare nell’occhio alzando le braccia al cielo (per quello che so dovrebbe diminuire il battito cardiaco), ovviamente sembro cretina comunque e le abbasso quasi subito. Quando comincio a sentire il cuore rimbombarmi nelle orecchie allora so che manca solo una cosa: la vista con i pallini neri. Pallini neri come piccole bruciature di sigaretta, mi annebbiano la vista e in quel momento l’unica cosa a cui penso è: “ti prego non adesso, ti prego non adesso, ti prego non adesso…Ho bevuto caffè con lo zucchero oggi, dai. Lo zucchero mica alza la pressione? Che cazzo.”

“Stai bene?”

Minchia, che pazienza ha sto ragazzo! Vi giuro che sono almeno 7 minuti e mezzo che sto zitta a fare finta di guardare il telefono mentre in realtà sto valutando il possibile avvenimento di un attacco di panico. Nel caso, alzo comunque le braccia al cielo. Già pensa che sia scema, ormai lascio perdere. Sorrido.

“Sì, sì, tutto bene. Ho la testa un po’ per aria. Mi passi lo zucchero per il caffè, per favore?”

Fine episodio breve 12.

 

Episodio breve [11]: E ora gira, sole.

24257681_1512788598836422_1871056742_n.jpgCari amici e amiche, queridos amigos y amigas, dear friends, di ogni dove, di ogni momento della mia vita. A voi tutti dedico questo episodio “breve”, con un giorno di ritardo (il mio compleanno era ieri, ma pazienza). Ringrazio tutte le persone che hanno fatto parte della mia vita anche solo per poco, come quando fai l’orecchietta ad un libro per mettere,o per lasciare, il segno e ricordare dove eri rimasto; grazie per avermi letto e aver lasciato la vostra traccia nella mia vita, una semplice orecchietta. Ringrazio chi invece mi ha visto su uno scaffale in mezzo a milioni di altri libri e ha deciso di prendermi, di leggermi, di vivermi e poi magari ha deciso che non è la sua storia, che non sono quello che cercava, e vengo lasciata a prendere polvere sul comodino. Ringrazio anche chi mi ha letta con rabbia e passione e di segni ne ha lasciati tanti; chi ha strappato le pagine e poi mi ha buttata via, scegliendo un altro libro da un altro scaffale.

Sono io, sono stata il libro di tutti, il libro del cuore, dello strazio. Con me hai sofferto, con me hai pianto, con me hai riso e io a mia volta. Sono un libro ripetitivo perché dopo anni ancora quando qualcuno mi apre rilegge le stesse cose, gli stessi pensieri, gli stessi amori. Lo stesso amore di cinque anni fa che rimane scritto nero su bianco anche nelle ultime pagine della mia vita, la stessa dolcezza di quei momenti.

Le stesse chiazze bagnate di lacrime per una persona che mi ha fatto soffrire, le stesse carezze mancate, gli stessi vuoti infantili che riemergono fra le parole confuse. Gli stessi sfoghi masochisti, l’odio verso me stessa, l’odio verso gli altri, l’odio verso di Te. Tutte le persone che sono stata, tutte le maschere che ho indossato per provare ad essere felice o per provare ad essere unica, ad essere migliore e ad essere meglio di Te. Te che pensi di essere tutto ma non sei stato nessuno. E il vuoto ha bruciato tante di quelle pagine che ancora posso sentire i brandelli di carta addosso, l’odore di fumo e il dolore che mi provoca. Ti ringrazio per avermi resa più forte.

Ringrazio il sole della mia vita, la luce che illumina le mie pagine anche nelle giornate più buie, anche nei momenti più oscuri. Ringrazio chi è tornato per restare e me lo dimostra attraverso le sue canzoni e lo scrive con la punta delle dita sul mio viso. Ringrazio chi mi ha detto che ora scrivo di merda, che quando scrivo di depressione scrivo meglio. Ringrazio Silvia, che è entrata nella mia vita per caso e si è rivelata una delle persone migliori che avessi mai incontrato: “Me sto a fucilà i coglioni!”. Ringrazio Alice ed Elisabetta, i miei due poli opposti, i miei due unici punti di riferimento.

Grazie a tutti voi che mi avete custodita nel vostro cuore, come il vostro libro preferito nonostante non sappiate ancora il finale.

Grazie.

“E ora gira, sole”.

Fine Episodio Breve [11].

 

Episodio breve [10]: Senza titolo.

Chissà perché i pensieri migliori nascono per la maggior parte mentre stai su un mezzo pubblico, forse perché sono considerati dei non-luoghi; ossia che effettivamente in quel momento non sei da nessuna parte in concreto, ti stai solo avvicinando sempre di più ad una meta lontana o vicina che sia. In quel lasso di tempo capita di lasciar vagare la mente senza guinzaglio e inizi pure a pensare alle cose più strane e improbabili, tipo a cosa stia pensando il ragazzo accanto a te o la ragazza di fronte che si sta guardando assorta le unghie delle mani. Sguinzagli le storie più impossibili perché tanto non hai niente di meglio da fare. E ci sono gli Arctic Monkeys di sottofondo e quindi il tutto è reso ancora più interessante. Guardi la ragazza che ha appena ricevuto un messaggio e sorride allo schermo illuminato, e il ragazzo che ha preso il telefono in mano e sta scrivendo anche lui qualcosa su qualche social network. E se si conoscessero? Magari sono amici su Facebook e si sono ritrovati su questo non-luogo così in maniera casuale e non sanno cosa dirsi perché non si conoscono direttamente, si sono solo visti rinchiusi in un quadrato virtuale, sorridenti e in un certo senso “finti”. Sì insomma, la foto del profilo di Facebook mostra un’espressione sola mentre nella realtà di tutti i giorni il nostro viso si deforma in migliaia di migliaia di espressioni diverse, si modifica in continuazione a seconda del nostro umore o dell’ambiente che ci circonda. Gli Arctic Monkeys continuano imperterriti in sottofondo, continuano a vibrarmi nelle orecchie. Torno ad osservare la ragazza che sta anche lei per indossare le cuffiette, magari chissà adesso metterà la stessa canzone che sto ascoltando io. Quante altre ragazze ascoltano gli Arctic Monkeys? Quante altre indossano la maglietta nera che sto indossando adesso? Sicuramente moltissime. Allora, cosa mi rende unica? Cosa mi rende speciale rispetto alle altre milioni e milioni di ragazze nel mondo? Quante, come me, sorridono nel vedere un campo di girasoli? Quante, come me, amano andare al cinema e adorano vedere i trailer più del film stesso? Quante non hanno la minima idea di quale sia la strada della loro vita? Quante sono sedute in autobus con le cuffiette ad ascoltare proprio gli Arctic Monkeys?

Cosa ti rende speciale, cosa ti rendi unica?

La ragazza si alza e chiama la fermata. Il ragazzo alza lo sguardo e le sorride. Insieme scendono dall’autobus.

E gli Arctic Monkeys smisero di suonare.

Fine episodio breve [10]