Episodio breve (5): Valigia sempre più piena e pensieri sempre più vuoti


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Cari amici & amiche, la mia fase depressiva continua e io non trovo neanche più conforto nelle tagliatelle al ragù della mia nonna. Essendo conscia della mia “malattia” so bene che si tratta solo di una fase passeggera, che fa solo parte di un ciclo noioso e ripetitivo. Mi sono costruita una vita ricca di viaggi ed esperienze ma a livello umorale seguo una sorta di pallosissima montagna russa infinita che manco il bruco del luna park…

Siamo al 25 di maggio e io sono ancora a Brescia a rimpiangere le mie decisioni e a leggere per riprendere un italiano un po’ più sofisticato di quello che ho ora che sarebbe la versione scadente presa al Penny market. Beh, ma non faccio solo questo! Pratico anche il mio sport preferito: “incontrare gli ex e gente di tutto il mondo quando sei struccata, in pigiama e con i capelli ridotti ad un nido di rondini”, un divertimento per tutta la famiglia.  

Sinceramente ho sempre dato più importanza alla mia personalità rispetto al mio aspetto fisico, e non perché mi senta “brutta” (mi reputo una ragazza normale) ma perché so benissimo che il mio carattere è fondamentalmente il mio pezzo forte. Questo è quello che penso io di me stessa, poi se qualcuno ha OVVIAMENTE da ridire…beh non mi interessa proprio. 

Sto riempiendo dunque un’altra valigia con pensieri e speranze ma soprattutto con l’ANSIA. Grande amica mia, inseparabile. Forse fare l’animatrice mi aiuterà ad affrontare i problemi che ho nel relazionarmi con la gente, a essere meno selettiva e chissà magari imparerò a non giudicare le persone in base ai film che guardano.

Il mio problema è che faccio la dura e sembra che abbia una facciata impenetrabile e apparentemente indistruttibile, ma in realtà ho pensato molte volte di smetterla. Sì, insomma, smettere di girare e di lasciarmi trascinare in progetti che mi obbligano a muovermi, a viaggiare altrove. A volte sento il bisogno di stare ferma, almeno per un po’. Non sto fuggendo da niente e non sto scappando da nessuno. Una volta pensavo di sì, pensavo che fosse una maniera di alleviare il dolore (e no, non parlo di un’unghia spezzata o del finale di Hunger Games) che fosse una via di fuga dal futuro e dalle responsabilità. Ormai ho accettato anche le mie ombre più oscure, una parte dentro di me che cerca ogni giorno di strangolarmi o di farmi capire che è lei a comandare. Mi fa paura, lo ammetto. So che un giorno potrebbe vincere davvero su di me ma sono conscia del fatto che viaggiare non sia comunque la soluzione, la risposta sono io stessa e il mio atteggiamento nei miei confronti. A volte penso ad una vita da ferma, sotto i piedi il prato dove sono cresciuta e assaporare l’aria che accarezza gli ulivi a cui sono sempre stata inconsciamente allergica. Sarebbe stata una felicità diversa o forse mi sarei sentita come un uccellino in gabbia.

Nel frattempo abbraccio tutte le mie spine insanguinate e voglio che mi guardi, sì ,voglio che mi guardi fiorire.

Fine episodio breve (5).

 

Episodio breve (4): Ciclotimia.


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Questo è un episodio triste, perché ho le lacrime che mi inondano gli occhi e il cuore straziato di ricordi. Questo è un episodio che avrei voluto non scrivere, ma ancora una volta ho deciso che le cose dovessero andare diversamente.

Sono seduta sul divano di casa mia ed è tutto molto bello, tutto molto familiare e in un certo senso confortante. Non ti devi preoccupare dei turni per la doccia, dei piatti da lavare, dei piatti della tua coinquilina che ancora si rifiuta di lavare. Non ti devi preoccupare di andare a fare la spesa, di comprare l’arsenico per quando non hai proprio voglia di socializzare o di pulire casa.

E’ proprio bello, tornare, cazzo quanto è bello tornare. Però so che non è un ritorno qualunque perché comprai un biglietto di sola andata e nessuna “vuelta”. Perché sono tornata in quel periodo tra un’esperienza e un’altra in cui non capisco più niente e soffro come un cane. Ma per spiegarvi questo mi serve tornare un po’ indietro…

Nella mia vita ho avuto ben nove psicologi. No, non è un numero fittizio. Sì, proprio nove. Anche se alcuni di essi hanno avuto vita breve. Il primo tentativo non fu un successone, mi si chiese di disegnare quello che per me rappresentasse meglio la”famiglia ideale” … Avevo solo 9 anni per l’amor del cielo, ero affascinata dagli animali ed è una cosa abbastanza normale a quell’età. Mi piacevano soprattutto i lupi, e nella composizione generale buttai lì anche una zebra sanguinante, tanto per dare un po’ di colore. La psicologa non lo prese bene e io invece non capii proprio dove avessi sbagliato, forse il rosso del sangue era poco evidente, forse l’espressività dei lupi era poco visibile,… Mah.                                                    

La lista è lunga ma sarò breve: del secondo mi ricordo solo l’intenso odore d’incenso per mascherare l’olezzo inconfondibile di erba che aleggiava nello “studio” in casa di sua madre; la terza non volle nemmeno sapere il mio nome, semplicemente mi mise su un lettino che puzzava di piccione in putrefazione e mi fece ascoltare il ripetuto scrosciare delle onde sulla spiaggia. Risultato? Mi pisciai addosso e provai anche un leggero compiacimento. Fottiti, cretina. Il quarto e il quinto non me li ricordo particolarmente, devono essere durati proprio poco. Arriviamo così alla sesta, la mia preferita, che azzardò una diagnosi così, su due piedi, solo guardandomi in faccia:”Mi sai di sindrome dell’abbandono” mi disse. Sì, questa era una demente vera, cerebrolesa, per questo non servì pisciarmi addosso perché mia madre prese subito la parola dicendole che poteva anche andarsene a cagare.                                                                                                      

Arriviamo al settimo e io ero già bella cresciuta (come una margherita in un campo di rose però vabbè) e splendevo di pura stronzaggine nei miei 13 anni. Mi piace sfidare la gente, portarla al limite e all’esasperazione, figuriamoci poi da adolescente arrabbiata con il mondo e che schifo la vita. Non rispondevo alle domande che mi poneva, semplicemente mi limitavo a guardarlo e a contare tutte le somiglianze che aveva con John Lennon. “Adesso ti farò vedere delle immagini e tu mi dirai la prima cosa a cui pensi vedendole” mi disse, con un lieve tremolio nervoso nella voce. “Dai, fammi vedere, mostramele” pensai, continuando a guardarlo con aria di sfida e saccenza. Io,al tempo, avevo la fissa per psicologia (sì, fa molto ridere) e sapevo già bene cosa fosse il test di Rorschach e non appena tirò fuori le sue dieci tavole gli recitai a mo’ di Wikipedia la definizione e lo scopo del “gioco”. Addio quindi allo psicologo numero 7. La psicologa numero 8 adesso fa la gelataia. Ed eccoci all’ultimo, forse l’unico che lasciò un rilievo nella mia esistenza. Questo perché disse che secondo lui soffro di ciclotimia… lasciate che vi spieghi: la ciclotimia è un disturbo dell’umore caratterizzato da periodi alternati di depressione e di ipomania. Talvolta ci sono periodi di normalità, in cui l’umore sembra essere stabile, tuttavia non durano più di due mesi. L’individuo ciclotimico soffre  dunque l’alternarsi di periodi di iperattività, creatività e spirito d’iniziativa , con periodi di ipersonnia, apatia, lentezza di riflessi e difficoltà di concentrazione.                           

Bene, detto questo mi riesce più facile spiegarvi il perché stia male. Il ciclotimico in fase ipomaniacale sovrastima le proprie capacità e sfoggia un atteggiamento saccente,aggressivo e arrogante, pensando di potersi “mangiare” il mondo. Quindi prende decisioni e intraprende progetti in maniera del tutto impulsiva in un vero e proprio delirio di autostima ipertrofica. 

Tutto questo per dire che qualche mese fa presi la decisione di andare a fare l’animatrice questa estate in una delle mie fasi appunto ipomaniacali, e ora faccio i conti con la mia fase depressiva che si pente di molte cose e rimpiange la decisione presa. Si tratta di persone che ho lasciato, si tratta di un capitolo nuovo, breve ma comunque determinante. 

Te veré cuando vuelva el invierno, para poder empezar otra vez. Esto quiero, esto espero. (M)

Fine episodio breve (4)

Episodio breve (3): Eccomi, Barcellona!


Cari amici & amiche, molt15171300_1144009362381016_7743986761984337251_ne persone mi hanno chiesto perché abbia scelto proprio Barcellona, perché la Spagna… Beh, in realtà è stato tutto un gioco del caso, o del “destino” se proprio volete che lo dica, anche perché io un po’ ci credo. Sì,però, niente di romantico, si tratta solo di semplici coincidenze che comunque sorprendono e ti fanno pensare che forse la strada che hai intrapreso non è poi così sbagliata, che se già qualcosa di nuovo s’incastra nella tua esistenza allora forse è giusto continuare e vedere cosa potrebbe uscire di buono.

L’inizio qui non è stato facile, anzi. Nonostante mi piaccia starmene da sola, in quel periodo la solitudine mi stava mangiando viva, era diventata insopportabile, tanto che andavo sempre più spesso nei supermercati a fare spese inutili solo per poter parlare con le vecchiette catalane che ordinavano il pesce. Non capivo niente di quello che mi dicessero, anche quando dissi loro che ero italiana, continuarono imperterrite in quel dialetto misto fra quello bresciano e calabrese. Non solo, dato che era settembre e faceva ancora un caldo maledetto,i turisti gironzolavano ancora felici, e dato che il mio ostello si trovava in Carrer d’Aragò (molto vicino a Passeig de Gracia e Casa Batlò) a volte scorrazzavo come un cane randagio da quelle parti in cerca di qualcosa che trovavo sempre: italiani. Insomma, dai. Siamo come il prezzemolo, porca miseria.

Quando iniziarono i corsi iniziai a farmi degli amici e a prendere più confidenza con questa meravigliosa città. Ok, però, cosa c’entra il destino in questo miscuglio di depressione e solitudine? Beh, sono venuta qui anche perché qualche annetto fa avevo letto un libro: L’ombra del vento, di Carlos Ruiz Zafon. Anzi, anzi, in realtà la storia risale da ancora prima … perché mia madre lo lesse prima di me e si divertiva sempre a raccontarmi pagina per pagina tutto quello che accadeva ogni volta che eravamo in vacanza (al tempo a Venezia) con tanto di enfasi e teatralità esagerata, perché come sapete la mela non cade mai lontana dall’albero ( mi raccontò anche “Uomini che odiano le donne”, senza censure). Quindi tutto iniziò da un racconto, che mi piacque così tanto che dopo un anno o due, quando fui più grande, me lo comprai anche io e mi ci immersi entusiasta. Lì conobbi la mia Barcellona per la prima volta.

Dopo aver lasciato il ragazzo (o essere stata lasciata, ancora non mi è chiaro e ancora non me ne frega un cazzo) e aver passato un’estate di profonda indecisione e paranoia sul futuro (passai tre giorni a piangere ogni volta che qualcuno nominava la parola “università”) il 5 settembre mi dissi di piantarla di fare la cretina e di impegnarmi per qualcosa che volevo davvero, che non fosse l’Australia perché è tutto molto bello ma 36.000 euro per un anno di Uni finisco a mangiare al Biafra e a fare palloni della Nike in cantina.

E allora ho avvertito pochi e salutato ancora meno e sono partita di nuovo verso l’ignoto. Verso l’abbonamento della palestra (vedi episodio 2). E tutto sembrava dirmi che avevo fatto la scelta giusta… quando finalmente trovai l’appartamento e arrivai sul pianerottolo stretto con le scale che puzzavano di umidità e morte (però al tempo mi sembrava tutto bellissimo e spettacolare) e una volta che ebbi le chiavi le guardai contenta nella mia mano e sentii il viso che pian piano si deformava in un sorriso di sollievo. Tutto per una semplice targhetta ,che penzolava in mezzo alle altre chiavi, con scritto “Venezia“. Così si chiamava il mio appartamento.

E qui, cari amici, inizia una delle storie più belle della mia vita con moltissime altre coincidenze di cui vi farò partecipi. Breve però intensa, breve però profonda, breve però divertente, breve però vera.

Aprii la porta e ad aspettarmi c’era una ragazza dai capelli lunghissimi color dell’oro che levate Shakira, aveva in mano una bottiglia di vino e mi accolse con un enorme sorriso.

Cari amici & amiche, così è come conobbi Joyce, la mia prima coinquilina a Barcellona.

Fine episodio breve (3).

Episodio breve (2): Sì,però,quando torni?

 


35e05475254ffae41bbfc81c4664b42fCari amici & amiche, con questo episodio non ho intenzione di suscitare la vostra pena, che non mi interessa assolutamente… se poi state nella parte sinistra delle scale mobili della metro, meno ancora. Io mi attengo ai fatti,alle emozioni che ho provato e ,come ho già scritto nell’introduzione, a una sincerità quasi infantile.

Quando leggete il mio blog voglio che pensiate che mentre scriva sia ubriaca, che sputi parole e pensieri privi di qualsiasi filtro, senza freni e senza limiti. Detto questo inizierò con l’episodio (quasi) breve numero 2, che riprende il viaggio in Australia ma che fondamentalmente si può applicare anche adesso. Tutte le volte che sono partita ho perso qualcosa … e adesso non voglio tirarvi fuori la frase fatta “ho perso un pezzetto di me, cuore cuore”,no. Parlo di persone che pensavo fossero mie amiche, mie alleate, e poi sono svanite nel nulla. Alcuni per dei motivi stupidi, altri invece perché la distanza che ci divideva era lacerante e quindi sempre più spesso la sera, il momento prediletto dagli ex per rendere il tutto più drammatico e non farti dormire un cazzo dopo, lo schermo del telefono si illuminava per un messaggio d’addio: “Hey, come stai? ….” Seguito da discorsi e risposte inutili, che a nessuno dei due interessavano, però sono formalità da fare per introdurre il vero colpo di scena, come quando il fidanzato ti dice che sei bellissima poco prima di lasciarti. Insomma, sapevamo entrambi che il sipario prima o poi si doveva chiudere: “Sì, ahaha, sì, però… quando torni?” Non è tanto il fatto che non voglia tornare, un messaggio così si sa che non ha risposta. Perché? Perché è una domanda superflua, si sa benissimo quando torno solo che è difficile mantenere una conversazione con qualcuno che non vedi da più di 3 mesi… perché alla fine si arriva alle risatine stupide e alle emoticons sorridenti come risposta in quanto si è rimasti privi di argomenti. Quante persone ho perso, quante che se ne sono andate. Ma che potevo fare? Anche questa è una delle conseguenze del partire per diverso tempo, solo che nessuno lo dice. Però tranquilli, perché le amicizie funzionano un po’ come un sala d’attesa. Sì dai, tipo quelle del dottore e così via … Quando una sedia rimane vuota,perché qualcuno si alza,è solo questione di tempo perché venga occupata nuovamente da un’altra persona che ti guarda e ti sorride con gentilezza.

E adesso arriva il momento in cui parlo di quanto sia una stronza … beh dai, relativamente stronza. E mi dispiace davvero, tutte le volte mi dispiaccio moltissimo ma è giusto che riveli anche questa parte di me perché così possa poi accettarla e semplicemente andare avanti con essa. Quando sono tornata dal mio viaggio in Australia per me non c’era più nessuno. Mi sono aggrappata a persone che ormai erano andate (giustamente) avanti con la loro vita, con le loro cose, senza di me. Era tutto cambiato ed è stato come se mi fosse crollato il mondo addosso (sì, sono molto egocentrica). Mi sono ritrovata senza nessuno e diciamo che quello è stato davvero un periodo buio della mia vita … però la mente non smetterà mai di affascinarmi. E’ come se fosse scattato qualcosa, una sorta di meccanismo di autodifesa elaborato proprio in quell’istante che permane ancora oggi dentro di me. L’ho chiamato “sistema a riccio“, ovvero diciamo che consiste nel non far entrare più nessuno nel mio cuore. Molto poetico detto così, vero? Sembra una frase di una canzone emo rock. Detto in parole più semplici: non mi lascio affezionare troppo alle persone che incontro. C’è questo meccanismo del tutto involontario che me lo impedisce; è come se ci fosse una barriera che in uno dei tanti addii non mi permetta di piangere, di dispiacermi fino ad arrivare a sgorgare lacrime di tristezza. Io agli addii non ho mai pianto, mi dispiaccio e basta. Lo so, sembra terribile e vi giuro che non ne faccio un pregio e, se ne sto parlando ora così apertamente, è solo perché voglio imparare ad accettare anche questo aspetto di me stessa. Purtroppo è anche vero che ci si abitua una volta che vivi all’estero, perché di persone ne vedi veramente tantissime e con alcune stringi davvero dei legami speciali ma io ho sempre questa voce nella mia testa che mi dice che è tutto passeggero,di non affezionarmi troppo.

Ci sono tantissimi lati positivi nel viaggiare e vivere all’estero e tutti si appoggiano su di essi senza contare però tutto ciò che invece si perde.

 

Fine episodio breve (2)

 

Episodio breve (1): Sydney a 16 anni

 


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Cari amici & amiche ,
in questo episodio “breve” vi racconterò del mio primo approccio con l’ignoto, con lo sconosciuto. Che cosa voglio dire? Ebbene, avete presente quando qualcuno ti compra un regalo e di colpo cadi in quel piccolo oblio di domande come: “Oddio, ma cosa sarà?”  e quando arriva il momento tanto atteso e lo strappi da ogni sua protezione, lo dissezioni,lo scarti selvaggiamente per poi scoprire che era un abbonamento in palestra. Beh, Sydney è stato il mio regalo misterioso e quando l’ho finalmente aperto mi sembra inutile dirvi che mi ha cambiato totalmente la vita, altro che abbonamento.

Quindi le mie esperienze di convivenza già iniziano nel lontano 2014, a Luglio per i successivi 6 mesi. Dopo aver salutato parenti, amici e fidanzato d’allora (traumatizzato perché la sua prima morosa nella vita scappa dall’altra parte del mondo) con tanto di festa che sembrava d’addio, – tanto lo sappiamo che non tornerai più!- e stronzate varie, finalmente iniziai ad immergermi nel mio primo viaggio a lungo termine. Mentre scendevo le scale mobili dell’aeroporto di Milano Malpensa, insieme agli altri malati che invece che andare a Londra hanno deciso di vedere i canguri con la Youabroad, guardai per l’ultima volta mia madre e la salutai con la mano, giusto in tempo per vederla sillabare piano “E’ solo l’inizio, Emma”.

E aveva ragione. Ero troppo emozionata per pensare a quello che stavo lasciando e, purtroppo o per fortuna, questa apparente “indifferenza” mi seguirà per il resto dei miei viaggi. Non importa chi stia lasciando, non importa cosa mi lasci in sospeso a casa, io ho sempre voglia di partire. Non dico che sono una stronza insensibile, solo che non mi lascio frenare da niente e da nessuno; quando mi metto in testa qualcosa che so con tutta me stessa che devo fare, che devo vivere, allora mi hai già persa in partenza. Non dico nemmeno che non mi sono mai innamorata, anche se ho un’idea alquanto pessimista dell’amore (altra storia), ma la mia fame di esplorare il mondo in ogni suo lato è insaziabile e niente mi ha mai fermato e potrà fermarmi.

Ma ritorniamo al viaggio interminabile da Milano Malpensa per Sydney, con scalo a Dubai. Dopo essermi informata ho scoperto che ad andare veramente a Sydney eravamo solo in due, mentre tutti gli altri avevano optato per la costa. Dopo 17 ore di aereo e forse 2 di sonno siamo finalmente arrivati a Dubai dove ci aspettavano 4 ore di scalo per il volo seguente di altre 7 fantastiche ore. Insomma, è stato un viaggio veramente traumatico, ma sono sicura che se ci fosse un’offerta stracciata per domani sarei prontissima a rifare tutto. Appena arrivata l’aria invernale mi gelò la faccia smentendo immediatamente tutti quei deficienti che mi hanno detto “Che inverno vuoi che sia in Australia? Lo sanno tutti che fanno sempre 40 gradi!” Beh, belli de mamma, d’inverno ti geli abbastanza il culo. Ma al momento il freddo non importava, perché finalmente ero arrivata e a darmi il benvenuto fu comunque un cielo azzurrissimo. 

La famiglia che mi venne assegnata si rivelò una porta in faccia. Lo ammetto, lì davvero ho sentito il forte bisogno tornare a casa nella mia “comfort zone” e quasi mi stavo pentendo di tutti i sacrifici che avevo fatto per arrivare fino a lì. Non voglio dilungarmi troppo ma la casa era disgustosa e io sono davvero di poche pretese… Nonostante ami i gatti ne sono seriamente allergica, tanto che non posso nemmeno starci vicino. Lì vivevano quattro gattoni che avevano quasi più pelo di tutte le modelle femministe messe insieme. Dopo l’ennesima doccia fredda che feci (il riscaldamento non funzionava) decisi che forse fosse ora di prendere in mano la situazione e fare qualcosa. Beh, alla fine cambiai casa e quartiere e incontrai così la mia prima “coinquilina” : Isabela. Con lei ho tanti bellissimi ricordi, è stata una grande amica e soprattutto grande consolatrice. La famiglia Tahhan mi accolse come una vera famiglia australiana, ovvero con rutti e scoregge libere. Il mio livello d’inglese è sempre stato molto buono però vi giuro che là mi sembrava di parlare come Renzi. Avevano sto accento che rendeva difficile qualsiasi parola… non capivo nemmeno quando mi dicevano “Buongiorno”.                                                                    

“G’DAY,MATE!”                                                                                                                                       “YES, thank you!”  

Brava, Emma. Poi vabbè, “paese che vai, tradizioni che trovi” tipo l’avocado che stava in ogni cosa che mangiassi. Non fraintendetemi, adooooro l’avocado ma a momenti me lo mettevano anche sulla pizza! E se smadonno adesso con quella con l’ananas immaginatevi con l’avocado …

Altra domanda che mi fanno quasi sempre: Ma è vero che la fauna e la flora tenta di ucciderti in Australia? Sì, molto,molto vero. E ve lo dico con tranquillità, perché se sono sopravvissuta io alla fine sopravvivono tutti. Anche se gli episodi in cui ti trovavi mezzo pitone che usciva dal water ci sono stati (e non parlo del mio dopo la cena al messicano), per non parlare delle tarantole sulle maniglie delle porte,i coccodrilli che attraversano la strada e i pipistrelli grandi come bambini di 5 anni che ti volano sopra la testa. 

Mentre ero a Sydney, dato che non ero ancora morta, presi anche la decisione di fare un viaggetto nel deserto per vedere il famoso Uluru e i suoi cieli mozzafiato. Diciamo che lì ho seriamente rischiato la vita, perché l’agenzia con cui partimmo era veramente “low cost” e ci facevano dormire in questi merdosi sacchi a pelo, più scomodi del lavandino del parrucchiere. Ma la parte più grave fu quando mi scappò la pipi nel mezzo del nulla e della notte e tutti ovviamente stavano dormendo profondamente; i bagni erano dall’altra parte del campo e vi giuro che non c’era assolutamente niente nel mezzo se non la morte certa. Belle le stelle, bello tutto ma i dingo ( sono cani/lupo assassini figli di puttana) che ululavano in lontananza proprio no e allora, dopo aver scritto il mio testamento, dato che la situazione si era trasformata di vita o di pantaloni del pigiama bagnati, decisi di correre e lanciarmi nel vuoto. Finita l’adrenalina e dopo essere riuscita a raggiungere i bagni illesa da qualsiasi essere vivente nascosto in quel nulla australiano, mi addormentai secca in un angolo. Mi ritrovarono il giorno dopo.

Oggi è molto divertente ma in quel momento mi sembrava di stare in un gioco di Saw.

Fine Episodio Breve 1.

Episodi (abbastanza) brevi?

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Per chi mi conosce già (parlo di mia mamma, ciao mami) sa bene che scrivere è la mia grande passione, che ho sempre provato un amore sconfinato per i libri e la letteratura e un grande odio per tutte quelle discipline scientifiche e matematiche (ringrazio il cielo di avermi dato le dita con cui poter contare, bella pe’ tutti). Ma non voglio dilungarmi su quanto ami Leopardi e compagnia bella, la mia intenzione principale è quella di raccontarmi totalmente perché dovete sapere ,cari amici di ogni dove, che la mia vita è come un filo invisibile tirato tra diverse parti del mondo. Vi descriverò emozioni pure, spontanee e anche un po’ stupide, da ragazzina con la testa per aria ma non importa perché in questo blog l’elemento principale è la sincerità schietta e spudorata perché è così che sono io: diretta e senza peli sulla lingua.

Mi chiamo Emma Ghitti, e sono una stupida ragazza italiana che si diverte a sballottarsi in giro per il mondo. Un po’ in senso letterale e un po’ in senso figurato, però il concetto è quello. Ho 19 anni e un bagaglio culturale in fase di arricchimento intensivo, perché non si smette mai di crescere e di imparare, infatti adesso so finalmente come funziona una lavatrice (bestie di Satana). Al momento vivo a Barcellona, sono qui già da 9 mesi e un pezzetto ( arrivata l’8 settembre 2016) e me ne aspettano molti altri perché comunque l’università ho deciso di farla qui. E perché? Eh, questo è uno degli episodi (abbastanza) brevi che andrò a raccontare…

Ho deciso di iniziare un blog perché alcune persone erano interessate ai miei brevi episodi interattivi su instagram (2losemma) , dove spiegavo con toni pacati e risoluti (AHAHAHAH) una delle mie esperienze qui che tuttavia penso sia la più traumatica: l’appartamento Venezia nel Clot. Non preoccupatevi se ve li siete persi, vedrò di fare nuovamente dei video più completi dove mi lamenterò ancora e ancora (infatti uno dei miei sport preferiti è il lancio del lamento).

Beh, devo smetterla adesso se no rubo tutto il materiale per gli altri episodi…

Fino ad ora tutto a posto,

Emma