Episodio molto breve [22]: ???Title not found??? cercalo bene, fra.

Quando inizi a vivere in una città diversa dalla tua, una qualsiasi, una parte di te si disperde in essa. Un cantante che mi piace molto, e che ascolto spesso e volentieri la sera tardi con un bicchiere di vino rosso accompagnato da singhiozzi a intermittenza: – Ma…perché… ( inserire qui grande sbaglio della tua vita)… –  In una sua canzone dice: “Ho fatto un giro in questa città ed e’ come fare un giro su me stesso”. Se vi suona un campanello, quasi sicuramente siete di Brescia o vi piace l’indie triste e schifoso come a me. Congratulazioni. Il punto e’ che Frah Quintale spiega esattamente quello che intendo scrivere in questo episodio breve mezzo depresso, alla fine diventiamo il luogo in cui stiamo e viviamo. Ci impregnamo della sua essenza e alle volte neanche ce ne accorgiamo. Magari ci stiamo solo per motivi accademici, magari la odiamo pure sta città che non ha mamma che ci prepara la colazione la mattina o non ha la burrata. Ah no, aspe’, Barcellona ha la burrata. Beh, non ha la polenta. Non ha mia nonna che fa la polenta, ecco. Meglio. Pero’, Barcellona o Milano o Bologna, non importa quale città sia, ha un pezzetto di noi; di me di sicuro dato che una volta mi hanno tirato una bottiglia di birra in testa e grazie a Dio ero ubriaca, se no come minimo sarei svenuta. Barcellona ha quindi il mio sangue, ma più di tutto ha la mia pazienza, la mia volontà ferrea, la mia attenzione, la mia forza e ha pure una mia borsa. Di Barcellona avete visto il Parc Güell, che e’ bellissimo davvero, e lo e’ pure la Sagrada Familia (più o meno), ma ora per me le vere bellezze di Barna sono i locali aperti fino a tardi e sempre pieni di gente che beve birra a tutte le ore, i colori del giardino del Labirinto in autunno e in primavera, le bici comunali a cui finalmente posso accedere perché ho il NIE, l’appartamento su Badi che costa meno di 500 euro e i “Ma parli benissimo spagnolo” detti da chi e’ nativo. Questo episodio breve osanna la mia città ma non più per i suoi lati più evidenti, bensì per i suoi angoli nascosti e personali. Nel parlare di questi dettagli, a mia volta sto svelando una parte di me piuttosto intima. E per ognuno di noi studenti fuori sede e’ cosi: Milano non e’ più il Duomo o i Navigli ma magari e’ una determinata panchina senza siringhe. Sto scherzando. Anche noi abbiamo le siringhe. ” … e l’eroina sopra le stagnole!”

Frah Quintale ti prego sposami, possiamo essere tristi insieme e puoi cantarmi tutto l’indie che vuoi. Porta il vino rosso.

Ma in realtà pure Sydney ha una parte di me, forse la più pura. La più innocente. Era tutto un’avventura continua e mi manca, davvero tanto. Il problema e’ che non so se mi manca la città in se … o l’esperienza che ho avuto in quel determinato momento. Mi manca Sydney o la parte di me che si e’ persa lì? Ma guarda te, ora che ci penso questo pensiero sulle città funziona benissimo anche con le persone:

Mi manchi tu o la parte di me che ha vissuto dentro di te e con te?

Forse dovrei solo andare a dormire.

“Ed ogni volta ci ricasco, mi stringi forte e mi trascini

giù in basso.”

Fine episodio breve 22

 

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Episodio breve [21]: Non assomigli più a nessun’altra da quando ti amo.

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“Ma tu, perché hai deciso di studiare a Barcellona?”

“Ah, ma non sei Erasmus?”

“Ma ti trovi bene qua? Cioè, mi sembra bellissimo… Ma… perché?”

 Perché? Eh.

 

Ricevo spesso domande del genere da quando mi sono trasferita qua a Barcellona a frequentare l’università e oggi ho deciso di sciogliere parecchi punti di domanda in sospeso. Spiegherò perché ho voluto a tutti i costi entrare nella piccola/grande comunità della UB e,soprattutto, come la vive una studentessa italiana.

Oggi è stato il primo giorno del mio secondo anno di Lingue e Letterature moderne: spagnolo e inglese. Purtroppo, non avendo fatto nemmeno un quadrimestre di “prova” in Italia, non ho possibilità di fare paragoni. Mi limiterò dunque a darvi un quadro della mia esperienza e perché considero questa scelta la migliore della mia vita.

Il senso di smarrimento credo sia comune a tutte le matricole del mondo, ed è un sentimento che trascino anche al secondo anno, che sembra solo più difficile del primo altro che “ma sì, con il tempo ci prenderai la mano”, io non ci ho preso proprio nulla. Continuo a perdermi per i corridoi e continuo a sbagliare le classi, ma almeno stavolta sono più sicura di me stessa e semplicemente ho imparato a non farne un problema. Ecco, questa è una delle cose che all’inizio mi infastidiva e ora ho imparato ad apprezzare: qui a nessuno importa un carciofo di niente. Arrivi in ritardo? Sono affari tuoi. Non riesci a trovare gli orari e le aule delle lezioni? Non è un problema nostro. Non vieni alle lezioni? A nessuno importa. Sei tu che devi gestirti, poi ovviamente se fallisci l’esame non può che essere colpa tua.

Quando entri in classe potrebbero esserci benissimo 10 persone o 40 (so che sono comunque poche, ma questo perché ci sono numerose classi della stessa materia a orari diversi, proprio per evitare il gregge di pecore e odore di zuppa d’aglio nelle aule). Il professore potrebbe presentarsi in orario come potrebbe benissimo fare la sua entrata un’ora dopo del previsto, nonostante la loro puntualità da prime donne certo è che tutti i professori che ho incontrato hanno mostrato di amare il loro lavoro. Sono spiritati da un’emozione alla Attimo Fuggente e ti viene subito voglia di comprarti tutti i libri della bibliografia. Mi piace vedere come la loro eccitazione li porti ad infradiciarsi completamente la camicia, sembra quasi di stare ad un concorso di miss maglietta bagnata a Rimini, anzi mister perché quasi tutti i miei professori sono uomini.

Mi piace quando chiedono e si interessano agli studenti, addirittura imparano i nostri nomi e cercano in ogni modo di renderci partecipi alla lezione. Non c’è stato un giorno in cui non sia stata felice di assistere ad una lezione, perché anche quando non hai voglia, cercano sempre di fartela venire. Le aule sono vecchie e l’acustica fa schifo, ma il “vissuto”, il vecchio e il marcio mi sono sempre piaciuti ( e questo dice molto della mia vita sentimentale). In fondo, si sa che la facoltà di lettere è il ritrovo dei disadattati, dei pensatori da quattro soldi, dei filosofi mancati, degli Alberto Angela della poesia, degli Umberto Eco non richiesti! Ma come se non bastasse, il nostro “castello” (la mia sede è in centro, Plaza Universitat, e Hogwarts levate) è invaso da coloro che si credono la razza ariana, gli omini veri, GLI ERUDITI, e poi: “Scusate, questa è Didattica della matematica?” “No, matematica è nell’altro atrio, questa è Narrativa spagnola”. E si ritirano impauriti usando la calcolatrice a mo’ di crocifisso. Sì, pensano di essere i “normali” LORO; alla fine siamo tutti sperduti nel nostro mondo immaginario, che sia fatto di libri e racconti o calcoli e… che ne so, mica faccio Matematica. VADE RETRO SATANA.

In ogni caso, ho scelto Barcellona perché c’è il sole; può sembrare una sciocchezza ma uscire di casa la mattina e vedere il cielo azzurrissimo, limpido e sentire la brezza marittima accarezzarti il viso, è quasi meglio del cappuccino con la brioche. Beh, ho detto quasi. E poi a Barna ( Barça è la squadra di calcio, per capirci una volta per tutte) fa caldo fino a Novembre e puoi ancora farti il bagno perché c’è il mare! Ho capito, allora potevi andare a Cagliari a studia’, no? Beh, sì. Ma il fatto è che Barcellona mi fa stare bene anche con i suoi numerosissimi difetti ( La Rambla, la puzza di piscio perenne, lo sporco e l’immondizia ovunque, l’umidità, i turisti che non sanno vivere, le persone che non sanno vivere in generale, la mancanza di senso pratico, organizzazione questa sconosciuta,…) e, soprattutto, perché non ti fa mai sentire sola, che è una cosa importante se hai 20 anni e sei arrivata senza conoscere nessuno. Altro che Erasmus, all’inizio ho sentito la solitudine mangiarmi lo stomaco e il cervello, altroché. Ho passato giornate intere senza spiccicare parola con nessuno, almeno in Cast Away Tom Hanks aveva la palla.  Però, studiare in una città estera ti fa sentire fica; so che è un termine poco letterario o raffinato, ma non riesco a trovare un termine affine che lo spieghi altrettanto bene. Ti fa sentire fica, indipendente e, in un certo senso, speciale.

Ma, come ho già anticipato, ogni città può essere quello che Barcellona è per me. C’è chi infatti non capisce il mio affetto e il mio attaccamento, allora mi limito a citare Neruda (che non amo, ma la citazione si addiceva al contesto): “Non assomigli più a nessun’altra da quando ti amo”. Ed è così vero, Barna non assomiglia più a nessun’altra città da quando la amo.

Fine episodio breve [21].

Episodio breve [20]: Señorita Emma, quédate en México!

Da due giorni si è conclusa un’altra avventura in viaggio che,come tutte le altre, ha lasciato altre orecchiette al libro della mia vita; un libro massiccio e già abbastanza consumato (cosa di cui sono orgogliosa, non fraintendetemi) ma sempre in attesa di essere farcito e ingozzato di nuovi ricordi ed esperienze del mondo. Stavolta non è stata una delle mie pazzie estive individuali, anzi, ho preso con me tutta la mia famiglia: il mio Sole e mio fratello di 16 anni, Giacomo. Io e lui abbiamo personalità completamente diverse, gli antipodi l’una dell’altra. Abbiamo interessi diversi e non andiamo d’accordo su molte, moltissime cose, però riusciamo quasi sempre a trovare una sorta di connessione fraterna, una via di mezzo che ci accomuna e ci fa schierare dalla stessa parte. Questo accade il 70 % delle volte, l’altro 30% immagino nella mia testa di soffocarlo a mani nude .

Siamo una famiglia particolare, non convenzionale direi, ma abbiamo sempre viaggiato molto e le esperienze fuori Europa non ci hanno mai spaventato. Mia mamma ci ha sempre portati con sé fin da bambini, le distanze non ci hanno mai traumatizzato e nemmeno i terribili pasti che ti servono sugli aerei. Però le turbolenze ci fanno ancora paura. La meta di quest’anno è stato il Messico, scelto da me perché mi ha sempre affascinato molto l’accento quasi musicale, la cultura, i colori, i paesaggi verdi e allo stesso tempo secchi e duri, le spiagge bianche e il mare cristallino. C’era quasi tutto, non sono rimasta completamente delusa, ma è proprio da dire: abbiamo avuto terribilmente sfiga. Lasciatemi spiegare meglio: partiamo con l’aereo di andata che probabilmente era stato assemblato con i pezzi dei charter del dopoguerra, NIENTE schermi, al che mi sono un po’ preoccupata perché 12 ore di volo a guardare il muro non mi entusiasmavano troppo. Arriviamo e l’umidità ci investe brutalmente dandoci il benvenuto ai tropici: “Bene raga, d’ora in poi i vostri vestiti saranno umidicci e puzzerete sempre un po’ “. Vabbè, si sapeva. Soggiorniamo a Tulum in un hotel hippie, d’altronde come la città stessa, e già comincio ad innamorarmi dei colori vivaci di ogni strada, delle palme altissime e delle amache disseminate ogni dove. Per non parlare dei primi pranzi messicani, insomma, parlo di burritos e tacos fatti con la grazia di Dio, sceso e reincarnato con baffi e sombrero. Ricordo a tutti i miei lettori che sono una grande fan della comida messicana, soprattutto quando sto a casa da sola con la voglia di vivere appoggiata sul comodino e glovo a portata di mano. Tulum mi è veramente piaciuta per il suo fascino spensierato e l’atmosfera rilassata e gioiosa che emanava, ma adesso arriva lo scarafaggio sotto il cuscino (metafora infelice) che ci ha “rovinato” la vacanza: mare inaccessibile perché contaminato dalle alghe. Non parlo delle alghette di Milano Marittima, parlo di metri e metri di sargassi che ricoprivano tutto come fitti tappeti. Si tratta di un fenomeno naturale che, dopo qualche indagine, scopriamo che avviene ogni anno ma così violento accade solo ogni 4 anni. OGNI.QUATTRO.STRONZISSIMI.ANNI. La situazione era veramente critica e il motivo fu ancora più sconfortante: ovviamente siamo noi umani esseri indecenti e non curanti dei doni del mondo. Io ero all’oscuro di tutto ciò fino a due settimane fa, perché ho potuto vederlo e confermarlo con i miei occhi, ma ho idea che pochi sanno i danni che stiamo causando senza rendercene conto. Vedere il mare caraibico in questo stato mi ha fatto molto soffrire, ma soprattutto ho capito quanto sia importante prendersi cura della natura che ci circonda; essere più self aware di tutta la plastica che produciamo inutilmente e così via. Non sono mai stata un’anima verde, non ho l’abbonamento a green peace e non li seguo su instagram, ma questo perché non mi sono mai resa conto delle conseguenze visibili.

Continuammo il nostro viaggio saltellando da un Cenote a un altro,che per chi non lo sapesse si tratta di grotte rocciose (anche se i più belli secondo me erano quelli all’aperto), di acqua dolce. L’attività prediletta nello Yucatan è ovviamente lo snorkeling (e il diving), è una cosa da fare assolutamente anche perché se no che ce stai a fa’ ai Caraibi? Quindi ho provato sto snorkeling e la verità è che, pur non essendo una gran nuotatrice (somiglio più ad un Golden Retriever felice), mi è piaciuto molto. Poi vabbè, sono sempre italiana e un po’ di sceneggiata alla “mo esce fuori il coccodrillo e m’ammazza” l’ho fatta. Dopo Tulum ci siamo stabiliti a Playa del Carmen per farci del meritato mare e invece noooo, situazione indecente pure lì. Non vi dico le lacrime e i tentativi di pulirlo io sola a mani nude sto mare sofferente, sembravo un po’ la Vergine che sorreggeva il Cristo nella Pietà, solo che io fra le mani avevo chili di alghe puzzolenti. Niente, alla fine ci siamo concentrati sulla fauna incredibile che ci circondava: dalle scimmiette curiose che ti stringevano la mano, alle iguane gigantesche che prendevano il sole in mezzo alla strada, tipo statue di marmo. Pappagalli colorati e i coati, dei simpatici animaletti che ho chiamato orsetti tutto il tempo. Insomma, un paradiso terrestre se non fosse stato per il mare e per gli americani perennemente ubriachi. Scusatemi amici degli Stati Uniti, ma è stati disgustoso stare in spiaggia e vedervi tracannare alcool su alcool e buttare i bicchieri di plastica per terra.

Ma il ricordo più divertente è senza dubbio il disperato ritorno della macchina a noleggio che avevamo da inizio vacanza. I latini sono molto simpatici ma non sono per niente pratici e organizzati, anzi. Praticamente io e mia madre dovevamo riportare sta macchina in un parcheggio segnato su una mappina dataci dall’agenzia. Il punto è che le strade non avevano nomi, solo NUMERI. E il punto segnato era in mezzo a due strade cieche impossibili da individuare. In due ore di richieste d’aiuto abbiamo ottenuto: 7 proposte di matrimonio, uno scambio conveniente tra me e tre casse di corona gelata, una scimmietta a buon prezzo, un collo per Maurizio Costanzo.

Il mare, come ho detto, era infestato da sargassi per i primi metri, ma in lontananza si poteva distinguere uno scorcio di azzurro, la barriera corallina. Con il kayak ho potuto vedere la bellezza originaria di Playa del Carmen, l’acqua trasparente e i fondali puliti. Ma volete sapere la sfiga più grande? L’ultimo giorno, il 2 di agosto, ci siamo svegliati per andare al mare, come sempre, e indovinate come l’abbiamo trovato? QUASI PULITO. Abbiamo subito chiesto spiegazioni e la risposta è stata:” è un fenomeno che va via da solo, è la natura stessa che decide quando.” Ok bene, vaffanculo Natura.

Vabbè, senza il mare siamo riusciti a girare molto di più lo Yucatán, anche se alcune sere guardavo con nostalgia le foto della Sardegna. Sicuramente tornerò ad esplorarlo meglio e magari a vedere finalmente il mare azzurro che ci aspettavamo, per ora resterà un’avventura di famiglia che sicuramente ricorderemo per il resto dei nostri giorni.

Fine episodio breve [20]

Episodio breve [18]: Odio i puzzles.

6d0e38b7e44ce22a88290a3688c55696La distanza è difficile, in generale. Diventa complicato mantenere le relazioni, dalle più superficiali alle più intime e profonde; i kilometri non risparmiano nessuno, non importa quanto ti credi forte e indipendente. Certo, la forza di volontà è senza dubbio importante, ma ci sono mattine e ci sono sere in cui vorresti solo non essere così lontano da tutto e da tutti. Dalla famiglia, che ogni giorno illumina lo schermo del telefono con rapidi messaggi per sapere se stai bene: “Ciao, come stai?” seguito da inutili commenti sul meteo:    “Qui piove”,”Anche qui piove”, e così a ripetizione, giorno dopo giorno. Ci sono momenti in cui mi chiedo perché lo stia facendo, perché ho deciso di fare l’università all’estero e non potevo semplicemente accontentarmi di un Erasmus. Ci sono momenti in cui vorrei tornare a casa, in cui vorrei davvero mollare tutto per stare vicina alle persone che amo, per eliminare quella distanza che irrita lo stomaco e pizzica gli occhi. Per eliminare quella sensazione continua di “perdersi qualcosa” e, nel mio caso, anche perdersi “qualcuno”. Sentirsi ritagliati fuori dalla vita dei tuoi amici e della tua famiglia a casa, sentire che gli anni passano e tu non ci sei per viverli con chi conta perché stai costruendo un altro puzzle della tua vita da adulta, cui pezzi devi trovare da sola.

E ogni volta che vedo un tramonto penso a qualcuno che mi è lontano e vorrei che fosse con me a parlare del mondo, e ogni volta che cucino qualcosa di assolutamente orrendo penso a quanto vorrei che ci fosse mia madre a dirmi dove sto sbagliando e a prepararmi qualcosa di integrale o senza glutine. E per ogni cosa che non capisco, per ogni cosa in cui mi sento troppo “piccola”,o magari voglio sentirmi così, sono a un numero di telefono per la soluzione.

Alle volte mi sento come se stessi bruciando le tappe, come se avessi sempre il bisogno di divorarmi le esperienze; di vivere di più, anzi, di voler vivere di più degli altri. In realtà una parte di me vorrebbe solo stare in famiglia a mangiare coniglio e polenta, a leggere seduta nella mia terrazza sotto il sole estivo, con mia mamma accanto che studia e mangia anguria: “Emma stai su dritta con la schiena, se no diventi gobba” e passeggiare in centro con le mie amiche di sempre, senza esserci mai separate.

Sí, forse in un’altra dimensione esiste una Emma così, ma probabilmente non sarei ne più felice ne più triste, sarei sempre io con altre storie da raccontare e altri sogni nel cassetto da realizzare; sarei sempre io con altre mancanze, di luoghi mai visti e di una vita all’estero idealizzata e agognata. Sentirei comunque quella sensazione di “perdermi qualcosa”/”qualcuno” e sarei io; sentirei la mancanza di una me che esiste ora e vive la vita di adesso, a Barcellona, studiando all’estero.

E questa è la mia piccola consolazione per tutti quei momenti in cui sento le spine nel cuore e la mano della distanza stringermi le budella per farmi sentire male ad ogni: “Se ci fossi tu qui, Emma…”. E io non ci sono e non ci sarò, perché devo costruire il puzzle di questa vita che mi sono scelta e, chissà, magari un giorno troverò gli ultimi pezzi che mi mancano proprio a casa mia.

“Ciao, come va?”

“Bene dai, tu?”

“Bene, qui piove”

“Qui invece c’è il sole”.

Fine episodio breve [18]

 

Episodio breve [17]: Bestemmia, Rossomalpelo e Raviolo.

Siccome tra non molto finisce un’altra esperienza della mia vita, mi sembra giusto dedicarle uno dei miei episodi brevi per darle l’importanza che merita. Dopo aver vissuto con Silvia, che è più una sorella che un’amica, e aver raccolto i pezzi del mio cuore frantumato (per innumerevoli eventi, in particolare proprio per l’abbandono della mia coinquilina) a Febbraio ho iniziato una nuova convivenza con nuovi coinquilini, in un appartamento diverso e un quadrimestre universitario da vivere. Sempre a Febbraio sono anche uscita con Fabio per la prima volta, ma questo è un altro episodio breve che con il tempo svilupperò, diciamo solo che non ho fretta e non voglio averla.

Avevo già accennato in precedenza al numero di coinquilini (totale, me inclusa, 6) e al fatto che l’appartamento fosse nuovo e quindi molto bello (ho vissuto in case dove il soffitto cadeva a pezzi e la mattina mi svegliavo pensando di avere la forfora quando in realtà erano proprio briciole di intonaco bianco). Ma passiamo ai miei compagni di piso, di cui 3 sono fissi mentre gli altri vanno e vengono, entrano ed escono dalle nostre vite. Alcuni lasciano un’impronta, altri il dentifricio. Utilizzerò nomi di fantasia perché ho paura che possano rintracciare il mio blog in qualche modo: iniziamo da Bestemmia, il proprietario di casa con i money veri e un complesso di inferiorità. All’inizio è stata dura approcciarsi a questo individuo, dato che passa metà della sua giornata a lavorare (ancora non ho capito bene dove) e l’altra metà incollato allo schermo del televisore inveendo contro la madre dell’avversario, inveendo contro lo schermo e inveendo contro la madre dello schermo. E il tutto ad un volume altissimo che Sgarbi gli fa le scarpe. E sua madre pure. Fissatissimo con i cactus e il pulito.

Rossomalpelo, il mio preferito, colui che se ne lava le mani ogni talvolta che c’è un problema in casa, colui che appena entro in cucina o mi siedo sul divano mi guarda e mi fa: “Dai, Emma. Cosa c’hai oggi?” E ascolta, tutti i miei pensieri e le mie paranoie malate, in spagnolo e italiano (lo parla e capisce bene, ha fatto un Erasmus a Bologna). L’ho soprannominato così perché credo sia l’unico catalano in tutta Catalunya ad essere rosso di capelli, con lentiggini e tutto il resto. Lui mi mancherà davvero.

Raviolo, perché mi fa talmente tanti scherzi stupidi che mi fa tenerezza e quando è quasi entrato un ladro in casa (eheh) era sinceramente spaventato e preoccupato per me che appena ha potuto è corso a casa a consolarmi. Fissato con la pasta.

E poi ci sono tutte le altre coinquiline che sono passate nell’arco di questi 5 mesi: la tedesca, che non amava unirsi alle conversazioni e nemmeno alla vita in generale però le piaceva cucinare la quinoa, con quei maledetti pallini che si insidiano pure tra le dita delle mani e ti chiedi perché. Alba, una dolcezza di ragazza, di quelle che capitano una volta sola nella vita. Ascoltatrice delle mie pene d’amore e consigliera, quando se n’è andata ne ero molto triste. Una di cui non ricordo il nome perché mi è stata automaticamente antipatica. Camila, la cilena; lei, mentre ci stavano quasi per rapinare, dormiva. Io manco sapevo fosse in casa, ha dormito anche durante l’arrivo della polizia. Mi è stata subito simpatica nel momento in cui me l’ha detto.

Ora siamo a giugno e a fine mese si conclude anche questa stramba convivenza dove mi hanno quasi derubato ( se non fossi stata in casa) e per la prima volta ho convissuto con dei ragazzi che erano già istruiti sul fatto che non cagassimo fiori. La casa è sempre viva, c’è sempre qualcuno piazzato sul divano o a giocare alla xbox o in cucina (qui meno perché mangiano solo grazie al cibo d’asporto) e vi assicuro che le mie scelte future saranno sempre orientate per una casa di maschi, anche se non saranno mai speciali come questi miei piccoli uomini di casa.

Fine episodio breve [17].

Episodio breve [16]: Ciao, ipotetico qualcuno.

Lettera ad un ipotetico qualcuno che ho ritrovato fra le scartoffie di duemila anni fa:

A te che mi hai dato della ragazza INTENSA ti auguro pollo bollito per cena,
Riso in bianco rigorosamente scotto,
verdure bollite,scondite
E cereali integrali insapore.
Ti auguro magliette bianche con il colletto alto,  infilate DENTRO i pantaloni.
Ti auguro del sesso,
ma solo in camera,sul letto, con le luci spente e i calzini addosso e programmato la sera prima. O due sere prima.
Ti auguro non esattamente l’ AMORE ma quel sentimento che può essere scambiato erroneamente per amore in un giorno in cui ti senti particolarmente annoiato.
Ti auguro giorni in cui ti senti particolarmente annoiato.
Ti auguro una casa dal colore che ricorda vagamente i cereali integrali insapore.
Ti auguro un lavoro che richiede solo magliette bianche con il colletto alto,
infilate DENTRO i pantaloni.
Un ufficio senza finestre, biscotti Mulino Bianco sciolti nel latte freddo e pane integrale raffermo.
Ti auguro foto matrimoniali incorniciate in una fottuta cornice a forma di cuore con i brillantini.
Ti auguro un cane che fa pipì sempre nello stesso medesimo punto della casa MA non ogni giorno, solo “spesso”. Abbastanza da farti dimenticare di nuovo il loco infimo e farti inciampare nuovamente sopra con i calzini bianchi un mercoledì mattina.
Ti auguro una settimana intera di mercoledì mattina.
E ti auguro conversazioni infinite che non sfociano mai in qualcosa di interessante o profondo, ti auguro solo discorsi di vomito di bambino, di pannolini ripieni, di “amore, hai portato a spasso il cane oggi?” e di calzini sporchi di piscio.
Ma non ti auguro me.
Me? Mai più, mai.
Ti auguro tutti i figli che non eri sicuro di volere e, in particolare, una figlia
Si, una figlia
il cui sorriso ti ricorderà fin troppo il mio.

Fine episodio breve [16]

Episodio breve [15]: A volte ritornano.

So che è passato del tempo dall’ultima volta che ho scritto qui e la verità è che non mi sento neanche in colpa perché evidentemente non avevo lo stesso “bisogno” che avevo prima e quindi, perché scrivere se non si ha niente di interessante da dire? Evidentemente questo concetto Paulo Coelho ancora non l’ha capito e manco Moccia. Vabbè amici, prima o poi gli verrà anche a loro l’illuminazione. Oltre alla mancanza di materiale creativo mi sono ritrovata nel mezzo del traffico, ovviamente in senso figurato perché ancora non ho la patente (e sì, ho più di 18 anni); un traffico emotivo, rumore di emozioni contrastanti, annebbianti, impossibili da ignorare. Non mi era mai successo niente di simile e all’inizio ho anche avuto timore di non riuscire a “sovrastare” questo rumore con la mia propria voce. In parole semplici: non riuscivo ad impormi sulle mie emozioni, non riuscivo a controllarle e nemmeno a metterle in qualche modo “in ordine”. Ho sempre avuto il controllo su tutto, perché se hai progetti nella vita bisogna organizzarsi prima, si deve programmare ogni singolo tassello altrimenti niente riesce come dovrebbe o come vorresti; sono così, non so se sia per l’ansia pressante o perché ho manie di controllo, però fino ad ora ha funzionato. Più o meno. Adesso sono ancora bloccata nel traffico, ma non mi interessa. Non voglio alzarmi e urlare a squarciagola per farmi sentire, non voglio impormi o controllare nulla perché per una volta voglio vivere così. Lascio che il traffico si “sbrogli” da solo e voglio stare seduta in macchina ad ascoltare i clacson assordanti delle mie emozioni. Detto in parole povere? Mi sono innamorata.

Lasciamo questo discorso per un pensiero che ho avuto mentre il sole splendeva nel cielo azzurro, qui a Barcellona. A volte, quando la memoria vaga nelle zone recondite della vita, mi lascio trasportare dall’idea di una dimensione parallela in cui sono rimasta nel mio paesello in provincia di Brescia, nella la mia casa d’infanzia in mezzo ai vigneti e al niente. Ancora con il mio giardino, con il portico delle feste estive e delle chiacchiere notturne, con i miei cani, i coniglietti selvatici che ogni tanto facevano capolino nei cespugli, i peschi, i pomodori, l’erba appena tagliata il sabato mattina, la rugiada, le pigne (da piccola pensavo fossero le case degli elfi), i tre cipressi, l’ulivo. Ricordi tristi e felici infestano quella casa, come spiriti di leggende urbane. Me l’hanno strappata via, ho visto il mio piccolo mondo sicuro disgregarsi, non sono nemmeno riuscita a dirle addio perché l’Australia chiamava e il mio cuore palpitava già per luoghi lontani e sconosciuti. Ma questo episodio, questo pensiero partorito ovviamente in metro, non riguarda la mia casa, ma la vita per sé che ho lasciato lì. Ci ho vissuto fino ai miei 16 anni compiuti e praticamente è stata testimone di amicizie perdute, rinnovate e perdute di nuovo, di un amore adolescenziale e di mille pensieri, mille discorsi che riempivano le stanze e rimbombavano fra i muri. “Mamma, ma perché non riesco ad avere tanti amici come le altre?”, “Mamma perché il ragazzo X preferisce lei a me?” Sono domande stupide, ma che all’età di 11 fino ai 14 anni si sa che l’unica guida del corpo è l’ormone impazzito. Il fatto è che in me non c’è mai stato niente di sbagliato, si trattava solo del “posto”, quello era sbagliato. Non riuscivo a inserirmi con gli altri perché non avevo il loro stesso carattere, io rispondevo, io ero volgare, io ero “strana”, stravagante nella maniera di pensare e di vestirmi. Non piacevo ai ragazzini perché a momenti avevo più testosterone di loro e perché ovviamente le ragazze dal carattere forte fanno paura e quindi niente. All’età, ci soffrivo per queste idiozie e ci avrei sofferto ancora se fossi rimasta lì; quindi questo episodio è per tutte le ragazze come me che sono sempre state scartate per bambole gonfiabili, per tutte le ragazze che si sentono destinate ad altro e si chiedono se sia tutto lì quello che ha la vita da offrire, se sarete per sempre considerate come “quella strana” o “quella diversa” e ve lo dico io: NO! Andatevene via, lontano, andate in posti talmente grandi dove la parola “speciale” non vi si addice più, andate dove la vostra personalità viene considerata più delle vostre tette. Andate in un posto dove, in un qualsiasi momento di una giornata soleggiata, in metro, vi sorprendete a pensare a quelle domande inutili e a quelle sofferenze inflitte da persone che rimarranno per sempre in quel paesello. Detto con il cuore, ANDATEVENE VIA.

 

Fine episodio breve [15]

Short episode [3]: “Si mamma, we’re in 6”

27786197_1578271152288166_815227806_oAfter 5 days of “recovering” at home with my family in Italy, I came back to Barcelona starting another phase of my life. It’s not totally new because it’s a topic that I have already experienced; I mean, moving into another apartment with new roommates. Even though it’s a beautiful place to stay, I always get so nervous and anxious (what a surprise, right?). I’m pretty much in the same zone of the city in which I was living before with Silvia, however I find it pretty confusing. You have to know that Barcelona has many and many streets and they all look alike each others a lot, so it’s pretty easy to get lost and obviously this is what happened to me the first day, under the pouring rain (YES, IT DOES RAIN IN BARCELONA) carrying the bags of the supermarket soaking wet. Well, it has been a beautiful way to meet the others roommates in the house, totally wet and mumbling very bad words in Italian.

Anyway, the room is how I wanted it to be. It has a giant desk where I can put all the books that I buy just to look smart and all my freaking lights and stupid shits which I’m addicted to (if you don’t know what I’m talking about you have never been inside Tiger or Ale-hop) It’s the paradise of every human being that doesn’t know what to do with their lives; do I really need the toilet paper with kittens drew on it ? OF COURSE NOT! But I’m buying it anyway! Why? I DON’T KNOW.  Oh well, now I do clean my butt with some kitty’s face. I would put it on instagram but I’m pretty sure Mark would block me. Mark you don’t appreciate art with useless things.

So, I like my new room and I do like the apartment which is totally new and pretty comfy. The problem (actually it’s just a paranoia, as usual) is that I’m sharing it with other 5 people; It’s nothing new to me living with others, the thing that it’s pretty difficult to digest is the fact that they are in FIVE! It means that there is always going to be someone in the house, and it also means that I would never take a shit alone. I still have to get confident with them and I already now that only time takes it, it has to pass by and we will get to know each other better and from then I will start using their shampoo without feeling bad after.

But yeah, It’s just the second day now and I have had a real conversation just with one of them. I usually avoid to talk about movies and series when I’m getting to know someone, because I just can’t shut up if I dislikes their preferences, and that was the case:

“Oh, so you like “Three meters up the sky” (really shitty Italian movie). And do you still sleep at night?”

“Yes I do, Emma. So, what’s your favorite movie then?”

“Fight Club.”

And after that the Alaska became a warmer place to be.

End of Short episode [3]

Episodio breve [14]: Adulta come una mela.

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Con la frutta è molto più semplice. È scientifico, ci basiamo sui nostri cinque sensi e siamo già a posto. Siamo al supermercato, reparto frutta e verdura – mi piace pensare che sia l’Esselunga, perché mi ricorda un po’ nonna- e la prima cosa che facciamo è affidarci alla vista, quali pere, fra tutte le altre, sono le più mature? E le mele? E le banane? Per prima cosa ci concentriamo sul colore: La mela più rossa sembra allo stesso tempo la più buona, la più matura, e cosi via per il resto della frutta; seconda cosa: allunghiamo la mano inguantata a tastare, e quindi a verificare, la nostra ipotesi. Se la pera che stiamo toccando è soffice, ma allo stesso tempo NON così soffice da imputridirsi il giorno dopo, abbiamo trovato la prescelta. Anche se, mancano ancora due sensi, e io ho specificato che servissero tutti. Infatti mia nonna, durante gli afosi pomeriggi estivi, sceglie l’anguria e il melone annusandoli. Non ho mai capito il nesso logico di quella annusatina ma so che la nonna non sbaglia mai e il melone che sceglieva era sempre il più buono. Stesso discorso vale per l’anguria. Manca l’udito, che coincide con l’ultima fase prima di lasciare il reparto: mia mamma che mi sgrida e riprende nuovamente la frutta che secondo lei è davvero matura. E il gusto, che è la parte più facile; torni a casa con la tua bella pera matura, le dai un bel morso e poi la tiri nel pattume perché la torta di mele della nonna è molto meglio.

E invece con le persone come si fa? Quando sai di essere davvero “maturata”? E poi, c’è un manuale d’istruzioni che possa leggere per diventarlo davvero?

Io in queste due settimane ci ho provato, davvero. Mi sono detta: “adesso basta, divento adulta”. E ho buttato via gli Oreo dalla dispensa e ho preso tutti i volantini di corsi di yoga possibili e immaginabili e ho cercato su Spotify “musica da adulti” e mi sono messa ad ascoltare in loop ogni canzone e ho deciso di andare in palestra ogni giorno, anche solo per 40 minuti, e ho comprato un libro di cucina vegana. E ho ripreso gli Oreo dalla spazzatura.

In realtà ci ho provato davvero, sinceramente. Mi sto facendo piacere la curcuma perché i grandi la mangiano per rinforzare le ossa e allora la mangio pure io. Ho cercato di fare ricette più elaborate, organiche e sane e instragrammabili ma la verità è che se essere adulti significa fare la foto alla propria insalata di avocado, io farei anche a meno. E ho cercato pure, per due intere settimane, ad essere politicamente corretta nei discorsi, con le parole, cercando di essere più diplomatica e, appunto, adulta! Ma la verità è che un bel “CAZZO” a inizio frase fa la sua sporca figura, attrae l’attenzione! Poi dopo puoi perfino iniziare un discorso sulla ragion pura di Kant, tanto il tuo inizio clamoroso l’hai dato. Sarebbe più o meno come entrare in palestra con un Big Mac in mano.Insomma, dopo due settimane la verità è che non ho capito proprio niente dell’essere adulti e maturi, so solo che ci sono certe cose che non farò mai nemmeno fra 5,6,7,8 anni: non farò mai yoga perché non so rilassarmi e mi metto a ridere a tutte le incredibili puttanate che vengono dette; non riuscirò mai fare una foto al cibo che mi trovo nel piatto semplicemente perché mi viene in mente la faccia di Chiara Ferragni e non riuscirò mai a sostituire l’avocado con il pane.

Però faccio molte altre cose di cui sono orgogliosa, nel mio piccolo e che mi rendono all’altezza dei miei 20 anni. Come per esempio trascinarmi da una parte all’altra di Barcellona alla disperata ricerca di un appartamento adatto.

E poi, non prendiamoci per il culo, ma quanto cazzo è liberatorio dire le parolacce?

Fine episodio breve [14]

Short episode [2]: Sun.

26906433_1558174114297870_1231358302_o.jpgI will try my best to explain who is the Sun of my life, which I talk about many times here in my short stories; many of you already know my deep bond with my mum, but no one of you do know exactly why there is such a deep relationship between us and why I am so grateful to have her in my life. Let me start from the beginning, I guess back when I was a toddler and I was still learning how to deal with life; as you know, I had a very strange childhood made up of common stuff ,which are normal for a girl of such a young age, and other things that probably are not usuals. I mean, I liked drawing rainbows, watch cartoons and have fun playing with dolls but I had also to deal with a several number of psychologists, and their eccentric practices. Well, I was a strange kid too, I cannot lie. I was a concentrate of creativeness, enthusiastic about things that never happened and never will, I was original and she never tried to change the way I was, she was just worried for me and it’s totally normal for a mum. She has been always there to support me.  Even in the darkest times, that came after, she was there to bright my life and help me with everything I couldn’t deal with in that moment. She made me realize that I was living in a place too “tight” for me, for my ideas and my creativeness: ” You have to go, Emma. You have to travel the world. Don’t let anybody stop you!” And here is the reason of my first serious trip: Australia, Sydney. I was just 16 years old and scared as hell, but she was there, waving her hand and whispering slow (I don’t know if it was for herself or for me): “It’s just the beginning.”

While years were passing by, I started other projects,which obviously involved travel, but I  was developing a strange and hideous feeling that I still have: “What if it happens something horrible to her, or to my brother or to any other member of my family and I’m not there to take care of it?” Every time it hits me like piece of cold glass inside my stomach. I would never forgive me for that, but also it’s a thing highly likely to happen but I know she will never stop me to follow my dreams for this because “Things have to happen, it doesn’t matter what you are doing or where you are.”

So, she is my Sun also because wherever I will be and whatever I will do,I will always be her little sunflower which depends on her sunshine more that anything else; at the end we are just a call away.

End short story [2]