Episodio breve [29]: Al chiaro di luna.

Approfitto di questa giornata per ricordare un cliché, una frase ricorrente e quasi banale ma che ho intenzione di gridare con tutte le mie forze attraverso questo episodio breve: la “festa” della donna va ricordata ogni giorno. Di giorno e, soprattutto, di notte, quando le luci nelle case degli altri sono spente e solo i lampioni della strada illuminano i passi solitari.

Al chiaro di luna ti ricordi che sei donna. Cerchi le zone di luce perché il buio cela il dubbio, come quando da bambina volevi la porta socchiusa e uno spiraglio di luce che illuminava, in parte, la cameretta oscura. La notte cambia i visi delle bambole con cui di giorno giocavi, le trasforma in maschere sghignazzanti dalle smorfie impenetrabili e i sorrisi maligni.

I passi sempre più veloci e il suono inconfondibile di tacchi da donna. Un suono che allarma i lupi e gli allaga la bocca di bava, un suono che risveglia voglie oscene, oscure, che si mescolano con il buio. E rimangono nascosti negli angoli delle viuzze, in attesa di un passo falso. Sagome indistinte, appoggiate ai muri, solo le fauci affamate brillano tra sorrisi maliziosi che non devi guardare. Non devi guardare. Non devi girarti. Usa le vetrine per vedere se qualcuno ti sta seguendo o è troppo vicino. Passo dopo passo. Nella mano destra le chiavi di casa, strette con forza per ricordarti che sei vicina. Ma allo stesso tempo, troppo lontana. Il cuore che accelera con il presentimento di non essere sola. Rimani sotto la luce dei lampioni, sotto quella falsa sicurezza che ti cullava anche da bambina. La luce che allontana i mostri famelici che ululano alla luna piena: “Dove vai tutta sola?” “Guapa, ¿Adónde vas?” “Baby, you are so pretty”. Ringhiano come meccanismo d’attacco, sentono l’odore della paura. Quando cala la notte, sei solo una potenziale vittima.

Vorrei precisare che questi lupi metaforici non sono sempre gli sconosciuti rintanati negli angoli bui. Il lupo si cela anche dietro all’amico che si pensa di conoscere, colui con cui di giorno condividi risate e battute superficiali e poi, al chiaro di luna, dopo aver condiviso una serata spensierata, ti mette la mano dove non vorresti. Il lupo è colui che, in discoteca, ti offre da bere e ancora e ancora, e sulla pista da ballo ti sta un po’ troppo vicino di quanto vorresti, ti fa sentire a disagio. “Adesso, vado a casa, buona serata”, ti prende il polso e te lo stringe e negli occhi vedi brillare quella luce insospettabile a prima vista. Il brillio famelico, il bisogno di avere il controllo e ottenere quello per cui era venuto a cacciare. E strattoni il braccio, obbligata a perderti tra la folla, con la paura che ti possa seguire.

Al chiaro di luna, i piedi dolenti per aver corso fino a casa e la insensata felicità di essere sana e salva, tra le coperte calde e lo spiraglio della porta socchiusa che dà speranza.

Fine episodio breve [29].

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Episodio breve [28]: Bianco

Leggerezza. Ecco cosa non ho mai imparato nella mia vita, l’arte di saper prendere le cose, le emozioni, la vita in generale, con leggerezza. Non serve agguantare tutto con la mano sporca di residui interni, di pensieri crudi che sgocciolano dalle dita, imbrattando inevitabilmente qualsiasi cosa. Come quando da bambini si colorava con le dita e io volevo utilizzare il bianco ma avevo le mani sporche di tempera rossa e invece di lavarmele, o cercare di trovare un pezzo di carta, le immersi igualmente nella bellezza di quel colore così pulito. Il risultato fu la mescolanza di colori confusi e il bianco soffocato da essi. Questa baraonda di emozioni variopinte mi perseguita da sempre, si è incastrata all’interno del mio essere, della mia personalità, e non riesco a liberarmene. Un pensiero ne richiama altri centro che si allacciano ad altri mille e cosi via, fino ad arrivare ad una massa grigia, informe, dalla quale non nasce più nessun colore. Una pesantezza mentale che richiama solo negatività, la tavolozza si macchia di ombre e si sporca di paure ed incubi. Non riesco a spiegarmi a parole, strano ma vero, non trovo il coraggio di mostrare il mondo che racchiudo dentro. Mostro quello che gli altri vogliono vedere, una facciata di mattoni ben dipinta. Vorrei solo smontare tutto ed essere libera da ogni peso, lasciar vibrare i sentimenti senza aver paura di essere poi giudicata. Il senso di inadeguatezza che mi perseguita, un macigno chiamato futuro sta comodamente seduto nel regno dei pensieri, ed è così difficile scomodarlo.

“Con leggerezza, Emma. Tutto si risolve con la leggerezza dell’animo”

Ma come faccio? Come si raggiunge questa leggerezza e spensieratezza? Quel bianco che con il suo candore dà conforto, il bianco che pulisce le sbavature dell’animo torturato e ferito. Le lacrime di sangue e i lividi dalle gradazioni viola, gialle e blu.

Il bianco del nulla. Il bianco del bagno su cui mi accascio le sere in discoteca, in cui bevo i miei 21 anni e li vomito pure. Il bianco delle nocche quando in classe sento il cuore accelerare fino ad annebbiare la vista. Il bianco delle pagine dei diari di avventure che non voglio più fare. Il bianco dell’inizio e della fine. Bianco come i piatti rotti e il piatto che mettevo per qualcuno che non arrivava mai.

Invece sono rossa come le guance d’inverno. Sono gialla come i petali di un girasole. Sono blu come il cielo di Barcellona. Sono grigia come quello di Milano.

Ho di nuovo 5 anni e le mani sporche di tempera. Un insieme indistinto di strisce colorate si litigano lo spazio sul palmo della mia mano. Il bianco non c’è. Mi dirigo verso gli scatoloni e mi accorgo che manca, solo un tubetto vuoto giace sul tavolo. I miei compagni hanno le mani sporche di leggerezza ed io sono rimasta senza. Sola con i miei colori ingarbugliati, con le mie emozioni dipinte, con i miei pensieri pesanti.

Fine episodio breve [28]

Episodio breve [27]: Altrove.

Ci sono dei momenti in cui il tempo si sospende. Sono attimi fugaci, fragilissimi, basta una minima distrazione che tutto s’infrange.

Mi succede in aeroporto, quando lancio l’ultimo sguardo a mia mamma per rassicurarla, o meglio, per rassicurare me. Vuol dire tutto e niente, vuol dire mi mancherai e vuol dire “devo andare”. Ci tocchiamo di nuovo e le nostre mani fanno fatica a scollarsi tra di loro. Ci lega un filo invisibile, annodato intorno alle dita che si prendono e si cercano, sono calde di abbracci, sono piene di tracce, di impronte, che porterò con me. Non c’è bisogno di parlare, ormai abbiamo imparato a non farlo. A non dirci che è doloroso, a non dirci che ci mancheremo moltissimo a vicenda, le parole sono diventate superflue, ormai. Il tempo si ferma, non esiste più nessuno e non importa più niente. L’aeroporto è un posto magico, attese eterne, corse, sguardi assenti, sguardi attenti, pensieri che aleggiano nell’aria. C’è solitudine e c’è compagnia, ci sono risate e pianti, ci sono storie d’amore e storie di amori persi. Persi in viaggi troppo lunghi, in attese diventate insostenibili e dolorose come pugni allo stomaco, un sentimento che è scemato con il tempo. Vedi? È sempre una questione di tempo, quanto ci resta? Quanto dobbiamo aspettare? Quando parti? Quando riparti? Ma i minuti non esistono più per me, non scandiscono più la mia esistenza come facevano allora, tutto mi sfugge dalle dita e non mi interessa. Non c’è più niente da aspettare, nessuno. Non ho più fretta, voglio rimanere in quell’attimo senza parole, senza secondi, i miei occhi persi in quelli di mia mamma. Che sono uguali ai miei, grandi e marroni, un mare in tempesta, ma la luce da qualche parte c’è.

Pausa.

Tutta la frenesia svanisce, siamo in un posto vergine dal rumore. E poi si rompe, la crepa iniziale, quasi sempre per colpa mia “devo andare” e vado. Il tempo riprende, come una canzone lasciata in pausa. Scale mobili, controlli, togliti i vestiti, rimettili, riprendi la valigia, ma non c’è paura, non c’è fretta. Ai pensieri il tempo non interessa, ritornano quelli del passato che fanno male, li raggiungono quelli del presente: fare la spesa, studiare, andare in biblioteca. Diventano rumore di sottofondo, nelle cuffiette una canzone che non sto ascoltando, dà fastidio. Il tempo mi accarezza le guance, non ho più motivo di aspettare.

Riprendo un’altra vita altrove, che avevo messo in stand-by per qualche giorno, che era rimasta sospesa nel tempo. “Devo andare” e vado.

Fine episodio breve [27]

Episodio breve [26]: LET ME TAKE A break, grazie

Andare a fare shopping è diventato una sorta di inferno sensoriale livello 100, roba che manco il mercoledì pomeriggio al mercato di Brescia. Premetto che sono una di quelle che “devo assolutamente comprarmi dei pantaloni, perché questi jeans elastici skinny neri a vita alta con due strappi orizzontali sulle ginocchia (mi raccomando, da dire tutto d’un fiato alla commessa perché se no non capisce), sono gli unici che ho”. E sono anche una di quelle che “Vaccaboia, ho dimenticato di comprarmi i jeans” ogni volta che esco per negozi.
Avendo firmato un compromesso di schiavitù celebrale con la mia università, lei in cambio si è presa gran parte del mio tempo, lasciandomi qualche ora qua e là durante la settimana per l’autocommiserazione. Di solito abbiamo appuntamento verso le sei del pomeriggio, lei sempre puntualissima, io un po’ meno. Dunque, quando ho del tempo libero lo dedico a sbrigare le diverse faccende che tengo in sospeso, un esempio: quei dannati pantaloni.
Ebbene, i negozi in sé sono solo quattro, sempre gli stessi da quando appresi la capacità di deambulare: Emma nasce, cresce, corre, Zara, Bershka, H&M e Pull & Bear.
A Barcellona la passeggiatina da un negozio ad un altro è tipo un mezzo Iron Man, aggiungeteci mezzo milione di persone che rallenta in base alla tua fretta di fare e già vi fate un’idea.
Non penso sia solo un problema mio, a tutti da fastidio trovarsi il vecchietto con il cappello sulla panda quando in macchina, no? Ecco, applicate lo stesso ragionamento a piedi e triplicate i vecchietti. Sentite quel prurito espandersi dalla punta dei piedi fino ai capelli? E rizzarvi i peli uno a uno? Si chiama nervoso, ed è così che mi sento.
Vabbè, per non parlare di quello che succede all’interno del negozio; entri ed è peggio della casa di nonna Maria. Un incubo olfattivo che ti scuote dal momento in cui sorchi la soglia. Un profumo che entra prepotente nelle narici, come se ti dicesse “Benvenuta all’inferno, qua spenderai tutti i tuoi soldi per magliette che non metterai e per portachiavi a forma di coniglietto che pensavi di non volere, e invece ora lo vuoi, lo vuoi più della laurea, del capodanno organizzato con tre mesi d’anticipo, lo vuoi più del tuo ex in ginocchio. Ok no, non ci allarghiamo troppo. Però lo vuoi.”
Da quel momento, e per i prossimi tre giorni, i tuoi vestiti avranno il profumo di Bershka. E Bershka lo sa.
Una volta che fai il tuo giretto, e ogni ragazza sa dalla prima occhiata se restare e provare qualcosa vale la pena, è ora di dirigersi ai camerini. Da quel momento in poi, le code per i concerti ti sembreranno uno scarso preliminare. Possono passare dai 10 ai 30 minuti (mi è successo solo una volta di accettare l’attesa infinita perché dovevo assolutamente comprare – e quindi provare – un costume da bagno). In quel lasso di tempo assolutamente inutile, ti chiedi se è davvero necessario che ti provi il top che hai in mano, se è davvero il colore giusto, la taglia giusta (perché di tornare lì non se ne parla proprio). E pensi a come potresti abbinarlo, a quanto costa e … e alla fine finisce che compri la solita maglietta bianca che sta bene con tutto. Ne ho almeno dieci a casa, tutte rigorosamente uguali. Te ne vai, mezza contenta per il tuo acquisto inutile, e ti dirigi verso le casse, perché la tua pazienza necessita del colpo di grazia; una volta che hai finito di leggere Proust, puoi finalmente pagare ed uscire a spintonate. Negozio 2, entri. “All I want for Christmasssss is youuuuuu”. Ed esci. Negozio tre: non capisci dove ti trovi, la musica rimbomba e hai perso la tua amica nella folla, luci stroboscopiche, luci neon, cieca e sorda hai bisogno di fumare una sigaretta ma poi ti ricordi che non sei in discoteca ma sei solo entrata da H&M.
Ed ecco che inizia la solita: “Uh, ma che bella sta felpa grigia” e poi la guardi e dietro a caratteri cubitali recita “I LOVE TACOS”, giusto, no? “Ma che bella questa maglietta gialla” “LET ME TAKE A SELFIE”. E dopo l’ennesimo insulto, solo per il fatto che siamo donne ed evidentemente cadiamo in depressione se i nostri indumenti non ci ricordano di mangiare i tacos e vivere la vita, si sale al piano maschile dove, per qualche assurdo motivo, le scritte da minorata mentale non appaiono più. Certo, c’è ancora il mistero delle felpe con date e luoghi messi a casaccio, tipo: OKLAHOMA, 1987. Così, evidentemente qualche laureato in storia ha deciso che quella era la sua strada. Il mistero rimane aperto.
Esci. Come al solito te ne torni in metro e appena entri a casa lasci la busta del delitto sul divano, di cui te ne ricorderai solo il giorno dopo.
Stanca di tutto quel camminare, spingere, sgomitare, pazientare, ti rintani nel tuo amato letto/rifugio.
Ed è esattamente in quel momento, in cui sei sotto le coperte comode, hai la stufetta accesa, senti che il mondo già non esiste più, che arriva: “Vaccaboia, ho dimenticato di comprarmi i jeans!!”

Solo il fischiare perpetuo nelle orecchie.

Fine episodio breve [26]

Episodio breve [25]: Come ho conosciuto vostro padre.

Sinistra, sinistra, sinistra… Aspe’, questo… gli piacciono gli sport, ha una foto dove fa surf, bello il surf. Ma perché ha gli occhiali da sole in tutte le foto?   Ma cosa nascondi? Ti credi dentro Matrix?  Sinistra. Sinistra. E questo si sta baciando con una tipa?Sinistra!  Mh, questo mi sembra troppo bello, io ci sono già stata con uno troppo bello, dopo cambio colore di capelli ogni volta che guarda n’altra e faccio diete assurde a base di coriandolo e metanfetamine. Questo… Dai, destra. Ah, è un match, bravo. Tanto sai quando ti scriverò? Mai. Sinistra, sinistra e sinistra.

Ma mettiamo pure che incontri un ragazzo normale su Tinder, poi come lo spiego ai nostri bambini quando mi chiederanno come ho conosciuto papà? Gli dico che mi ha conquistata perché aveva la foto profilo con il suo Golden Retriever?  O che ero ubriaca e triste in discoteca e ho fatto match per sbaglio? Dai, è obiettivamente brutto, vuoto di ogni romanticismo! Forse è questo il motivo per cui Tinder ha assunto questa connotazione del tutto negativa e lo vediamo come un freddo gioco del dito indice, uno sguardo superficiale basato sulla mera apparenza fisica, niente di più.  Una descrizione di quattro parole che nessuno legge, la presunzione di conoscere già gli hobby dell’altro: ah, ha una foto dove dipinge. Interessante, davvero,  e magari era la prima volta che prendeva in mano il pennello o preferisce usare il suo di pennello. La verità è che mi sono vergognata di me stessa quando ho scaricato Tinder e ho avuto persino paura a dirlo agli altri, ma ho notato che  a Barcellona le reazioni delle persone che conosco nuotano quasi nell’indifferenza. Anzi, addirittura qualcuno mi ha detto: “Emma, tutti abbiamo avuto un periodo in cui ci siamo scaricati Tinder”. Nessuno mi ha giudicata e, parlandone apertamente, è risultato quasi normale e socialmente accettato per chi vive qua. Barcellona è grande e proprio per questo spesso conoscere gente è difficile, so che sembra un ossimoro ma non è come vivere nel paesello che si cresce insieme e ci si fidanza quando si ha 16 anni (niente da ridire, ci penso spesso ad una vita così). Il punto è che essendo grande è molto dispersiva e ,diciamocelo in sincerità, i ragazzi non si fanno avanti. Preferiscono contemplare. Diventiamo opere d’arte da guardare, osservare, studiare e poi … e poi hanno allestito il buffet e tanti saluti. Tinder avrà anche il romanticismo pari a quello della stagione amorosa dei conigli, ma almeno è rapido e diretto. Si tratta comunque di una roulette russa, non fraintendetemi, non sono qui per osannare niente, anche perché dietro uno schermo si è tutti leoni e poi dal vivo ci rimangono male se ruggisco più di loro. Un altro problema è che a me di usare Tinder per attività a scopo ricreativo (spennellare, dipingere, intingere il biscotto, e chi ne ha più ne metta) non m’interessa e non ne sono mai stata capace. Il distacco è quello che mi manca, sono bravissima a fare match e spostare foto a destra e sinistra ma poi quando mi chiedono di uscire… svanisco. So bene che quei match sono solamente un punto per la mia autostima in questo triste periodo e nient’altro, però non posso fare a meno di pensare se questa sia la nuova forma di incontrare qualcuno che potresti amare, che davvero sia compatibile con te e abbia quello che cerchi.

Forse mi sono scaricata Tinder perché non mi sento più all’altezza di una relazione più reale che virtuale, tutte le volte che ci penso mi fa solo male il cuore. Mi piace vedere le persone sotto il mio controllo, così che non mi possano far soffrire e all’ennesimo “Ciao, come stai?” neanche rispondere perché già mi immagino una birra piena e una vuota, una conversazione che si disperde tra i sospiri, lo sguardo perso, “ma non assomiglia alle foto” e il disagio di chi paga e nessun bacio sotto casa.

Sinistra, sinistra, sinistra … Bah, questo ha delle belle foto. Oh, ha un gatto. Sono allergica. Sinistra, sinistra, sinistra. “Hablo un poco de italiano: Ciao bella!” Oggesù, sinistra! Destra?

Fine episodio breve [25]

Episodio breve [24]: 4 di notte o di mattina?

- 'Ao -
- Cosa? Ma che vuoi? Ma che ore sono? E spegni sta luce! -
- Sono lo spirito del terzo Natale -
- Ma stiamo a Novembre -
- Ci sono o non ci sono le decorazioni nei negozi e per le strade, eh? Le luci! Le luci le hai viste? Quindi zitta. -
- Ok, va bene. In ogni caso, che ore sono? Domani ho lezione presto la mattina -
- Ma se non ci vai mai a quelle -
- Non è vero -
- Ma se l'altro giorno la profe ti ha chiesto se ti eri persa perché non ti aveva mai visto -
- Ma allora, ma si può sapere che vuoi? Sta luce m'acceca! -
- Semplice -
- Prego allora -
- Tutto quello che non sei riuscita ad avere -
- Molto bene, direi che siamo in due -
- Tutto quello che non sei riuscita ad essere, ma avresti voluto. Dio solo sa quanto,...-
- Dio non esiste -
- E nemmeno tu. Sei un concetto astratto, sei quello che gli altri vogliono da te e tu gli dai quello che si aspettano; una Emma fatta su misura. Tu reciti. Tu non sai veramente chi sei.-
- Nessuno lo sa, nessuno lo vuole sapere.-
- Ma tu ti credi unica, speciale. Ma sappiamo bene che in realtà sei un altro punto in un paesaggio di Seurat e stai solo cercando di nascondere questa tua incontrollabile paura di essere facilmente sostituibile, dimenticabile, come tutti. Cosa ti rende diversa? Assolutamente niente! E infatti, abbiamo le prove! -
- Si, ma ...-
- Ma cosa? Sei voluta scappare per raggiungere un sogno impossibile, per fare quella diversa e alla fine neanche sai fare bene una lavatrice! Non sai nemmeno se questa è la strada giusta per te o se sei veramente felice, e ti hanno pure spezzato il cuore! Povera, piccola, sensibile, cretina. Tutto quello che hai fatto, che hai sperato, si è dissolto come neve nell'acqua. -
- Io ... -
- Hai quasi 21 anni e tutto quello che hai non vale nulla. Porti ancora ferite vecchie e guarda! Si sono solo infettate. Non sei abbastanza forte per questa vita, tornatene a casa.-
- Vorrei dormire adesso, ti prego. Vattene, e spegni la luce.-
- Dove vuoi che vada? Io sono te. Dove vai tu, vengo anche io. Sono la tua ombra, il callo sul dito mignolo, i dolori allo stomaco quando i pensieri fanno male, sono gli incubi che la tua mente vomita tutta la notte e quando sei sola. Io sono l'Emma che non accetti, ma che quando cala il buio pesto vuoi abbracciare e sentire che è ancora viva. Sono L'Emma che conosce, che sa scomode verità e sta seduta su un trono di ghiaccio perché le bugie ti tengono caldo di giorno. Però, su di me puoi contare, ci sarò sempre, lo sai. Ah, e Emma?-
- Cosa?-
- Pensa...
- Pensa a come sarebbe potuto essere -
- Ma non lo è stato. E va bene cosí -
- Aspetta, come?-
- Che ci ho pensato, più e più volte. Ma non è colpa mia, e nemmeno tua. Sono strade che ci siamo scelte, tutte, e stiamo costruendo qualcosa di rischioso, sono d'accordo. Ma alla fine la vita non potra mai darci le certezze che speriamo, bisogna solo continuare a sperare nei sogni e nel futuro; sai bene che io lotterò fino alla fine per raggiungere quello che voglio. Come ho sempre fatto. Guarda che devi andarne fiera eh, questo è solo merito tuo. Se non ci fossi stata tu, ora non sarei dove sono. Non voglio più respingerti, e quindi penso. Pensiamo insieme. Pensiamo a come sarebbe potuto essere, a com'è e a come sarà.

E adesso, per favore, spegni la luce, che è tardi.
Vieni a dormire. -


Fine episodio breve [24]


Episodio breve [23]

Questo episodio breve è una parentesi, uno sfogo. Uno sfogo arrabbiato, ferito e deluso. Non è un episodio breve, è semplicemente scrittura fluida che mi vibra fra le mani e che mi ha sempre salvato nei momenti più oscuri; la riconosco, mi ha tenuto la mano in passato, mentre le lacrime mi sgorgavano a fiotti e gli occhi pizzicavano dal nervoso. Scrivere è la mia maniera di sopravvivere in tutto questo grigiore che mi opprime, tutta questa negatività che alla fine non ho saputo combattere. Ma ci ho provato, armata di speranza ho perfino abbassato ogni guardia per lasciarmi sopraffare dalle mie stesse emozioni, e alla fine me le sono ritrovate la notte, con le mani al collo. Ma non ne sono pentita. Ho sentito, ho vissuto, mi è piaciuto e ora è finito. È finito perché io non ho avuto paura, mentre tu sì. E non posso rimproverarti per questo, ma posso per avermi dato una speranza cieca. Mi sono lasciata trascinare da tutto ciò a cui sono sempre stata contraria, mi sono immersa in te perché mi fidavo, perché in quel momento sapevo che ci saremmo riusciti. Ho sbagliato tanto e mi sento stupida, mai come ora mi sono sentita meno matura rispetto alla mia età, che ti spaventava tanto. Ciò nonostante non perderò la fiducia che mi hai dato nell’amore, ho imparato che sono in grado di sostenere una relazione a distanza, io. Hai detto che dalla tristezza non nasce nulla e invece ora guardami splendere ed esplodere fra le parole e, soprattutto, mi vedrai crescere e diventare la cosa più bella che tu abbia mai visto; ma per te sarò solo spine e una rosa inavvicinabile. Guardami diventare la persona che ho sempre voluto essere, guardami collezionare successi, e forse anche qualche fallimento, certo, ma come ho già detto: “ ho passato di peggio”. Ed è vero, alla fine ho il cuore spezzato ma la mia corazza esterna è stata solo dolcemente scalfita. E quindi la vita va avanti e il tempo mi leccherà le ferite. Quello che più mi da rabbia è il fatto che ti abbia lasciato umiliarmi e manipolarmi. Ci volevo investire in questo amore intenso, diverso  che mi si presentava e mi ha posseduta per questo tempo, volevo che tutti gli sforzi fossero poi ripagati. Ripagati da un noi senza data di scadenza. Finalmente una relazione che poteva essere diversa da un latte abbandonato in frigo. E invece.

E invece, ricomincerò.

Hai detto che dalla sofferenza non nasce niente e io ti ho sempre detto che fiorire implica dolore, ma alla fine ecco che è poesia.

Fine. E basta.