Episodio breve [34]: Tre anni.

Sono passati tre anni dal momento in cui entrai in un Hostel dall’enigmatico nome “Hipstel” , il quale si affacciava su uno stradone bellissimo chiamato Passeig de Gràcia, a primo impatto spaventoso per l’enorme quantità di gente che fluiva a passo svelto o lento o lentissimo. La ragazza che aveva due valigie e tanto entusiasmo, non ero io. Era il primo timido abbozzo della Emma che sono ora; era un germoglio assetato di vita ed esperienze. Avevo 18 anni e anche tanta paura, però ero lì, sola, anche in mezzo alla gente. Il primo anno è stato un guazzabuglio di novità e sensazioni. Persone che hanno disfatto i propri bagagli riempiendomi di cianfrusaglie l’anima, senza farsi troppi scrupoli, e che dopo qualche tempo mi hanno dato l’addio sulla porta di casa. Di tutti un po’, di alcuni troppo. È stato un anno frenetico, estatico, quasi come addentare un gelato.

È bello come le cose si prendano per mano ed inizino ad abbracciarsi, mescolarsi tra loro e tutto ad un tratto si salta una manciata di capitoli della vita, una folata di vento improvvisa che ti porta verso la metà del libro, e non si sa come e non si sa perché, ti ritrovi in pizzeria a mangiarti il cuore spezzato inzuppato un po’ di pomodoro e un po’ di mozzarella. Relazioni naufragate nel mar Mediterraneo, tra i ma e i forse, non so e addio, non ti amo più. Non sei tu, è la distanza.

Ma è bello imparare a nuotare. E così il mare divenne una piscina, dalle pareti sempre più chiare. Non sarebbe successo nulla se non mi fossi tuffata in quel mondo che raccontavo come nemico, una Barcellona tetra e malevola, una matrigna cattiva che mi teneva imprigionata nella torre, una Barcellona da cui volevo solo scappare. Il secondo anno mi ha insegnato che Sì, sono io, non è la distanza. Mi ha insegnato la bellezza di essere se stessi, mi ha dato il tempo necessario per ascoltare le mie necessità e la città mi si è aperta, rivelandomi tutte le possibilità che avevo di poter ricominciare da capo. Di poter rinascere e, quanto è bello disfarsi delle timidezze e vederle sul pavimento, insignificanti. Come capelli tagliati, pensieri che giacciono sulle piastrelle fredde.

Ho cambiato casa sette volte, altrettante volte ho cambiato coinquilini. Ho vissuto crisi esistenziali e mal di pancia da risate a crepapelle, le pareti hanno visto pianti disperati, di gioia, di tristezza, per un film, perché semplicemente sì, perché mi andava di piangere. Sere in cui ho bevuto troppo, altre in cui “stai bevendo troppo poco”. Sono stata l’italiana, la coinquilina, la fidanzata, la fissata con la pulizia, la imprescindibile, l’unica. Fino a diventare io, ancora sola in mezzo al perpetuo fluire di persone in Passeig de Gracia. Ancora infinitamente piccola di fronte a Barcellona dormiente. Ancora una goccia in mezzo al mare.

Al terzo anno sto ancora imparando a nuotare.

Fine episodio breve [34]

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Episodio breve [33]: Porto Moorish Heritage Volunteering

Il primo luglio sono partita per la prima volta con la SCI – Servicio civil internacional – di Catalunya, un’organizzazione no-profit che si occupa di costruire Work Camps sparsi in tutto il mondo. Il cosiddetto “Work Camp” consiste, come suggerisce il nome, in diverse attività con un obiettivo comune, una sorta di progetto “utile” al fine di lasciare una piccola impronta positiva in un determinato contesto: che sia nell’ecosistema, nella vita della comunità ospitante, o così dicendo… L’importante è dare una mano ed essere disposti a “lavorare” per una ricompensa più spirituale che materiale. Si tratta della mia prima esperienza nel mondo del volontariato perché devo ammettere che è sempre stata solo un’idea e mai un progetto solido con una data di partenza prefissata. Quest’anno volevo andare in Portogallo, essendo amante del mare, del sole e delle spiagge, decisi dunque di iscrivermi a un work camp a Porto, il “Porto Moorish Heritage”. Si richiedeva di realizzare una campagna di sensibilizzazione turistica verso la cultura islamica in Porto, attraverso free walking tours della città. Insomma, detto in parole povere, dovevamo realizzare uno studio sul patrimonio artistico e culturale arabico-islamico a Porto e fare da guide turistiche. Interessante, no? Secondo la descrizione, sembra una figata, ma i viaggi che intraprendo sono sempre così strani che finisco a fare tutt’altra cosa. E infatti… Possiamo dire che ho fatto di tutto tranne quello che effettivamente avrei dovuto svolgere. Il progetto era quasi inesistente e, riguardo coloro che avrebbero dovuto essere le nostre coordinatrici, una era assente e l’altra non era qualificata. Non c’erano attività organizzate, passavamo due ore attorno ad un tavolo a cercare di non mandarci a cagare in continuazione perché uno voleva fare quello e l’altro diceva che era meglio fare questo. Era uno scambio di cortesie mentre ci affilavamo i denti di nascosto. C’e da dire che passare dieci giorni con perfetti sconosciuti ti esaurisce, fisicamente e mentalmente. Un esempio? Tutti i giorni mi svegliavo e dovevo pensare a cosa c’era rimasto da mangiare, quanto (se sarebbe bastato per tutti) e chi avrebbe pulito dopo (io e Ginevra, come sempre). Non ho messo “chi avrebbe cucinato” perché alla fine eravamo sempre noi italiani. E andava bene così, considerando che la zuppa viola russa del primo giorno sia rimasta nel calderone per i restanti nove, e ci è pure dispiaciuto buttarla perché all’interno sembrava essersi formato un nuovo sistema di organismi russi.

Lasciando in disparte questa simpatica immagine e il tema “alimenti”, passo ad un argomento delicato che può suscitare reazioni contrastanti nel pubblico maschile (non solo italiano). All’interno del gruppo dei volontari, eravamo otto in totale, erano presenti tre ragazzi: un italiano, un turco e un ungherese. Ottimo, un bel mix di culture mi è sempre piaciuto e niente di strano fino a questo punto. Con l’italiano non ho avuto nessun problema, mentre con gli altri due ho avuto da ridire. La cosa che mi ha infastidito, e che considero “normale”, anche se normale non dovrebbe essere, è stato il prepotente senso di leadership che entrava in gioco solo per il fatto di avere un pene. Vi faccio un esempio: io, ragazza, con certificazione C2 in due lingue, nativa italiana, riesco a capire il portoghese e sono in grado di fare il biglietto del treno in pochi secondi. Tu, anche se uomo, non capisci una parola della lingua ( che non è una colpa), la soluzione palese è accettare il mio aiuto, in modo da velocizzare i tempi (ricordo che eravamo otto). Risultato: negazione dell’aiuto, perché uomo e dotato di membro, treno perso, 20 minuti in più buttati. Ok. Questo è solo uno dei tanti episodi che hanno costellato la convivenza a Porto e mi sembrava il caso di spendere due parole al riguardo perché questo maschilismo tossico non mi è nuovo, specialmente quando viaggio in gruppo. Sminuire la mia presenza e le mie capacità perché sono una ragazza mi è successo innumerevoli volte e sembra una scheggia ben ficcata all’interno di un callo, non so se mi spiego. Nonostante avessi ampiamente dimostrato di essere autosufficiente (cosa che non ero tenuta a fare, ma c’est la vie) e nonostante le notti passate a raccontare i viaggi intrapresi da sola (Australia,Brasile,New York e Barcellona), niente, dovevo essere accompagnata da un secondo GPS (l’ungherese non si fidava del mio, evidentemente) per andare al mare. “Potremmo prendere l’autobus, si fa prima” “Il mio GPS dice di prendere la metro” “Si ho capito, ma ho la guida che dice…” “Guarda che poi ti perdi.” L’unica cosa che ho perso è stata la calma. Più e più volte.

Detto questo, Porto mi è piaciuta molto e il volontariato si è rivelato una maniera estremamente economica di viaggiare per arricchirsi con nuove amicizie e rinfrescare le lingue. Si era creato un gruppo solidale nonostante il naufragio del progetto, creato dalle coincidenze della vita e dalla condivisione forzata dello stesso pavimento/ nuovo letto. Per non parlare della “accomodation” che ci hanno assegnato, niente popo di meno che una chiesa! Un’inquietante sorpresa che ha segnato il viaggio come uno dei più strani della mia vita. Ripeto, le cose strane mi sono sempre piaciute.

Quindi, se volete vivere un’esperienza low cost, circondati da potenziali amici, per lavorare/studiare al fine di lasciare una piccola differenza nella comunità ospitante ( nel mio caso è stata minima ma , per fortuna, ce ne sono molti altri di work camps meglio strutturati) vi consiglio di provare ad iscrivervi, mal che vada avete del tempo per praticare l’inglese ed esplorare una nuova città!

Fine episodio breve [33]

Episodio breve [32]: Torta al cioccolato.

Immaginatevi una coppia, non è importante da quanto tempo stiano insieme. Da quanto tempo scopino nel letto matrimoniale regalato dalla suocera. E no, non importa quale suocera. Immaginatevi semplicemente un uomo e una donna che cenano nel salone di casa, sul tavolo di legno di ciliegio importato dalla Liguria cinque anni prima. Cenano con stoviglie colorate svedesi, lasagna e insalata, per ingannare l’appetito famelico dopo una giornata di lavoro. Graphic Designer, Insegnante. È venerdì sera e per Lei significa una fetta di torta al cioccolato come dessert. È diventata una regola non detta, il venerdì sera si rompe la dieta e si mangia una fetta di torta al cioccolato comprata al supermercato sotto casa. “Sa di felicità”, così sostiene mentre con la forchetta svedese assapora sulla punta della lingua il cioccolato fondente, il peccato di gola che il venerdì dopo cena si vela di innocenza. “Non capisco perché ne abbiamo fatto un’abitudine. Cioè, sì, è buona, però dopo un po’ stufa. Non ti sembra?”. La forchetta svedese macchia il tovagliolo bianco al lato della ciotola Skøng. “Ma scusa, stiamo parlando di una torta al cioccolato. Non ti può stufare! Il cioccolato piace a tutti.” “Sì,sì. Certo. Però domani mi vengono i sensi di colpa e devo sudare il doppio in palestra … E poi, a me non è che il cioccolato faccia proprio impazzire.” L’ultimo boccone di dolcezza le impasta la bocca, le annega la lingua. Si preferisce il silenzio come risposta. Le stoviglie svedesi messe a riposare nella lavastoviglie, sporche di peccato.

Il venerdì sera seguente: pasta fredda con tonno e pomodorini freschi. Qualche foglia di basilico. Insalata, messa in tavola per infondere la falsa sicurezza di mangiare sano. È venerdì sera e ciò significa due fette di torta al cioccolato che troneggiano sulla tovaglia Skattling, svedese. “L’aspettavo da tutto il giorno.” “Addirittura. Senti, perché non cambiamo? Non ti piacerebbe che compri una torta di mele? Albicocche? Datteri? Potremmo uscire a prendere un gelato. Mi andrebbe un bel gelato al pistacchio.” “Marco, mi spieghi che cosa ti prende? Adesso non ti vanno più bene le cose come stanno? Il venerdì sera si mangia una fetta di torta al cioccolato, lo facciamo da una vita. Non ha senso cambiare. Non ha senso cambiare proprio adesso.” “Io dico solo che fa bene cambiare. La verità? Mi sono rotto il cazzo di ‘sta maledetta torta. Il cioccolato comincia a farmi schifo. È diventata una stupida abitudine e tu addirittura ne stai facendo un’ossessione! Ma cosa siamo diventati, Anna?”. “Cosa intendi dire con cosa siamo diventati? Siamo noi, siamo sempre gli stessi.” “Anna! Anna! È proprio questo il maledettissimo punto. Non cambiamo, facciamo sempre le stesse cose. Una volta mi piaceva, adesso ha il sapore di vecchio.” “Ah! Adesso so di vecchio? La nostra relazione ti lascia questo retrogusto? A me piace. Mi è sempre piaciuta, sa di felicità. Tu sai di felicità.”. “No, Anna. Tu ti sei abituata ad un sapore preciso. A una scintilla che recuperi una volta a settimana. Tu assapori un ricordo, i nostri ricordi. Questa relazione non sa più di niente e io ho voglia di torta di mele.”

“Non mi piace la torta di mele.”

“Marmellata di prugne?”

“Nemmeno.”

“Gelato al pistacchio?”

“Me ne vado, Marco.”

“Cosa vuol dire che te ne vai? Anna, sto facendo di tutto per cambiare le cose. Possiamo lavorarci sopra, non devi andartene, no. Ti prego. Possiamo combinare cocco e cioccolato, cannella e cioccolato, pere e cioccolato!”

“Marco, lo sapevi che me ne sarei andata in Svezia per lavoro. Non possiamo lavorarci sopra questa cosa. Ormai l’ho deciso. Lo sai da tempo.” “Non posso venire con te, ne abbiamo già parlato. La mia vita è qui”. “Sei incredibile, hai fame di cambiamenti eppure rifiuti i nuovi sapori che ti sto proponendo. Il tuo è un languore insaziabile, il cioccolato ti stufa! E osi criticare me! Sostieni che sappia di vecchio, di scaduto. Ma vaffanculo, Marco. Te e le tue fottute nuove voglie da donna incinta”.

“Le mele non sono il problema, Anna.”

” Il problema è la torta al cioccolato il venerdì sera.”

“Il problema è mangiare torta al cioccolato tutta la vita.”

Fine episodio breve [32]

Episodio breve [31]: Due rette parallele s’incontrano solo all’infinito.

Vivo in una zona piuttosto trafficata di Barcellona. Mi affaccio al balcone e sotto di me scorrono fiumi di luci veloci. La brezza fresca e umida che viene direttamente dal mare è una risata lontana che lascia scintille salate sulle labbra; come baci fugaci, come graffi di piacere. Sta arrivando l’estate, non ho più bisogno di coprirmi per uscire in terrazza, a maniche corte respiro i sospiri del vento fra gli alberi. Barcelona che sbadiglia e si spoglia per coricarsi mentre sul pavimento lascia i vestiti consunti di un’atra giornata frenetica. Copre le sue nudità con le onde del mare e con le strade che cominciano a svuotarsi. E prima spegne i lampioni, poi spegne le luci nelle case degli altri. Dà l’ultima buonanotte e lascia che i non dormienti la accompagnino durante il sonno leggero, mentre pulisce il cielo dalle nuvole per prepararsi alla mattinata seguente.

Ultimamente penso spesso a come sarebbe stato. Cosa sarebbe successo se avessi preso altre decisioni nella mia vita, se avessi seguito persone che avrei voluto seguire, se avessi ascoltato la ragione invece che il cuore. Se fossi stata meno intrepida e avessi avuto un minimo di paura. Tutte le strade che ho intrapreso senza mai ragionarci troppo e ora mi ritrovo con lo sguardo perso a chiedermi se avessi dovuto pormi qualche domanda o qualche dubbio in più. Adesso dove sarei? Adesso come sarei? E con chi? E come e perché. Una volta ho letto da qualche parte che tendiamo sempre a pensare che le scelte non fatte, lasciate da parte per altre in un determinato momento della nostra vita, fossero migliori. E ci soffermiamo ad annaffiare speranze piantate in vasi di fantasie e dimensioni parallele in cui saremmo stati più felici e appagati. E continuiamo a versare, settimana dopo settimana, fino a oltrepassare generosamente l’orlo immaginario e lasciar sgorgare questa cascata di “come sarebbe stato” senza veder crescere nulla. Lasciamo che inondi e inzuppi tutto quello che abbiamo costruito fino adesso: i risultati ottenuti attraverso le decisioni preferite ad altre, le emozioni scoperte e riscoperte, tutta una vita vissuta tra alti e bassi; su una tavola da paddlesurf a sentire le carezze lente del mare sballottarci leggermente. Su questa tavola, con il calore che arrossa e incendia le guance, che le abbraccia fino a sgretolarle, ci chiediamo “come sarebbe stato” senza accorgerci che il sole ha sbiadito i capelli di felicità e ci ha punteggiato il viso d’amore.

Se fossi rimasta, se fossi partita, se fossi andata a vivere in Inghilterra, se avessi iniziato l’università a Edimburgo, a Milano, a Bologna, se avessi fatto le pratiche per l’erasmus a Roma; se avessi scelto il cuore, se avessi scelto di fermarmi a ragionare un po’. Mentre inalo boccate amare, con la stessa brezza dal sapore estivo che volteggia contenta tra i miei capelli, penso a un’altra dimensione, spogliata di quella bellezza ideale con cui si assaggiano le aspettative irrealistiche e le occasioni perse. È un gioco della mente di cui mi piace l’inganno e la finzione. Quel sottile filo che divide un’ipotesi da una possibile realtà perché tutto quello che serve è a uno schiocco di dita, un semplice: “basta, lo faccio.” Una frase dalle potenzialità taglienti, più volte ho versato gocce di sangue su candide speranze. M’inganno introducendomi in questa dimensione lontana e fittizia in cui parto per la Nuova Zelanda, senza progetti. Magari allestisco un poke- shop o un hamburgueria sulla spiaggia, oppure un negozio di camicie di flanella in città. In tutto questo sono accompagnata da un lui cui destino ha deciso di intrecciare brevemente con il mio; un incontro fortuito, un incrocio di cammino, un abbraccio di coscienze, il forte desiderio di continuare insieme per strade separate. Siamo due linee che convergono, s’incrociano e “perché non ti ho conosciuto prima?”. Questo è il problema e da qui nascono tutti i miei dubbi, il seme che annaffio ogni giorno, ma due rette parallele s’incontrano solo all’infinito; in un’altra dimensione ci saremmo amati.

Annerita dal sole, con i capelli di un biondo bruciato, su una tavola da paddlesurf in mezzo all’oceano, la pancia ripiena di riso e salmone di una poke, la testa apparentemente vuota da problemi o programmi. I movimenti lenti della tavola che accarezza la superficie, il silenzio di una giornata di sole mentre penso a come sarebbe stato se fossi rimasta a Barcellona.

Fine episodio breve [31].

Questo mese il blog “Episodi (abbastanza) brevi”, letture da mezzi di trasporto, compie due anni di attività. Sono molto contenta dei miei piccoli risultati e ringrazio tutti calorosamente per avermi accompagnato (e spero che continuiate ad accompagnarmi) nell’ “inizio” di un sogno immenso. Da qualche parte si deve pur sempre iniziare!

Grazie ancora di cuore.

Em2ma

Episodio breve [30]: Laura.

Laura aveva questa incredibile malattia: non sapeva stare sola. Si circondava di chiacchiere e rumori, di tintinnii di caraffe straripanti di birra, di vestiti macchiati di sudore e dal forte odore di schiuma da barba, nemmeno quello buono ma quello scadente. Si nutriva di voci e godeva delle risate che suscitava. Laura doveva essere il centro, il puntino rosso del bersaglio di freccette. Affamata di occhi, di attenzioni, parole e gesti, sguardi. Era bella, non era brutta, ma questo poco o niente le importava. Non lo faceva per insicurezza, lo faceva perché se no moriva di fame. Si disgregava e le entravano nella testa come aerei di carta pensieri oscuri e tetri. Doveva nutrire il desiderio insaziabile di essere indimenticabile. Di essere speciale, per gli altri.

Era un fabbisogno giornaliero, Laura si svegliava: caffè e cereali che non saziano e poi in marcia, verso la vera risorsa di energia. Sentiva già i languori mattutini, i dubbi risvegliarsi: “Perché sono fatta cosí? Nessuno mi considera, non c’é nessuno per me”. La pelle cominciava a perdere grasso e ad attaccarsi alle giunture ossee, stava iniziando a mancare il miele dorato che dava vita alle sue pupille color castagna bruciata. Le dita da pianista si stavano contorcendo in cavatappi affusolati, le gambe invidiate cominciavano a rammollirsi e le guance, da sempre belle piene e rosee, pendevano come due palloncini sgonfi. Cosí ogni giorno, cosí ogni sera. Il disperato bisogno di non sentirsi sola, nutrita a cucchiaiate dalla gente che incontrava e poi, tutto ad un tratto:

“Guarda che sola lo sei sempre. Siamo tutti circondati da un alone di solitudine eterna. Vuoi essere speciale? Ricordati di te stessa.”

E allora Laura si ricordò di se stessa e decise di lasciarsi morire di fame.

Fine episodio breve.

Episodio breve [29]: Al chiaro di luna.

Approfitto di questa giornata per ricordare un cliché, una frase ricorrente e quasi banale ma che ho intenzione di gridare con tutte le mie forze attraverso questo episodio breve: la “festa” della donna va ricordata ogni giorno. Di giorno e, soprattutto, di notte, quando le luci nelle case degli altri sono spente e solo i lampioni della strada illuminano i passi solitari.

Al chiaro di luna ti ricordi che sei donna. Cerchi le zone di luce perché il buio cela il dubbio, come quando da bambina volevi la porta socchiusa e uno spiraglio di luce che illuminava, in parte, la cameretta oscura. La notte cambia i visi delle bambole con cui di giorno giocavi, le trasforma in maschere sghignazzanti dalle smorfie impenetrabili e i sorrisi maligni.

I passi sempre più veloci e il suono inconfondibile di tacchi da donna. Un suono che allarma i lupi e gli allaga la bocca di bava, un suono che risveglia voglie oscene, oscure, che si mescolano con il buio. E rimangono nascosti negli angoli delle viuzze, in attesa di un passo falso. Sagome indistinte, appoggiate ai muri, solo le fauci affamate brillano tra sorrisi maliziosi che non devi guardare. Non devi guardare. Non devi girarti. Usa le vetrine per vedere se qualcuno ti sta seguendo o è troppo vicino. Passo dopo passo. Nella mano destra le chiavi di casa, strette con forza per ricordarti che sei vicina. Ma allo stesso tempo, troppo lontana. Il cuore che accelera con il presentimento di non essere sola. Rimani sotto la luce dei lampioni, sotto quella falsa sicurezza che ti cullava anche da bambina. La luce che allontana i mostri famelici che ululano alla luna piena: “Dove vai tutta sola?” “Guapa, ¿Adónde vas?” “Baby, you are so pretty”. Ringhiano come meccanismo d’attacco, sentono l’odore della paura. Quando cala la notte, sei solo una potenziale vittima.

Vorrei precisare che questi lupi metaforici non sono sempre gli sconosciuti rintanati negli angoli bui. Il lupo si cela anche dietro all’amico che si pensa di conoscere, colui con cui di giorno condividi risate e battute superficiali e poi, al chiaro di luna, dopo aver condiviso una serata spensierata, ti mette la mano dove non vorresti. Il lupo è colui che, in discoteca, ti offre da bere e ancora e ancora, e sulla pista da ballo ti sta un po’ troppo vicino di quanto vorresti, ti fa sentire a disagio. “Adesso, vado a casa, buona serata”, ti prende il polso e te lo stringe e negli occhi vedi brillare quella luce insospettabile a prima vista. Il brillio famelico, il bisogno di avere il controllo e ottenere quello per cui era venuto a cacciare. E strattoni il braccio, obbligata a perderti tra la folla, con la paura che ti possa seguire.

Al chiaro di luna, i piedi dolenti per aver corso fino a casa e la insensata felicità di essere sana e salva, tra le coperte calde e lo spiraglio della porta socchiusa che dà speranza.

Fine episodio breve [29].

Episodio breve [28]: Bianco

Leggerezza. Ecco cosa non ho mai imparato nella mia vita, l’arte di saper prendere le cose, le emozioni, la vita in generale, con leggerezza. Non serve agguantare tutto con la mano sporca di residui interni, di pensieri crudi che sgocciolano dalle dita, imbrattando inevitabilmente qualsiasi cosa. Come quando da bambini si colorava con le dita e io volevo utilizzare il bianco ma avevo le mani sporche di tempera rossa e invece di lavarmele, o cercare di trovare un pezzo di carta, le immersi igualmente nella bellezza di quel colore così pulito. Il risultato fu la mescolanza di colori confusi e il bianco soffocato da essi. Questa baraonda di emozioni variopinte mi perseguita da sempre, si è incastrata all’interno del mio essere, della mia personalità, e non riesco a liberarmene. Un pensiero ne richiama altri centro che si allacciano ad altri mille e cosi via, fino ad arrivare ad una massa grigia, informe, dalla quale non nasce più nessun colore. Una pesantezza mentale che richiama solo negatività, la tavolozza si macchia di ombre e si sporca di paure ed incubi. Non riesco a spiegarmi a parole, strano ma vero, non trovo il coraggio di mostrare il mondo che racchiudo dentro. Mostro quello che gli altri vogliono vedere, una facciata di mattoni ben dipinta. Vorrei solo smontare tutto ed essere libera da ogni peso, lasciar vibrare i sentimenti senza aver paura di essere poi giudicata. Il senso di inadeguatezza che mi perseguita, un macigno chiamato futuro sta comodamente seduto nel regno dei pensieri, ed è così difficile scomodarlo.

“Con leggerezza, Emma. Tutto si risolve con la leggerezza dell’animo”

Ma come faccio? Come si raggiunge questa leggerezza e spensieratezza? Quel bianco che con il suo candore dà conforto, il bianco che pulisce le sbavature dell’animo torturato e ferito. Le lacrime di sangue e i lividi dalle gradazioni viola, gialle e blu.

Il bianco del nulla. Il bianco del bagno su cui mi accascio le sere in discoteca, in cui bevo i miei 21 anni e li vomito pure. Il bianco delle nocche quando in classe sento il cuore accelerare fino ad annebbiare la vista. Il bianco delle pagine dei diari di avventure che non voglio più fare. Il bianco dell’inizio e della fine. Bianco come i piatti rotti e il piatto che mettevo per qualcuno che non arrivava mai.

Invece sono rossa come le guance d’inverno. Sono gialla come i petali di un girasole. Sono blu come il cielo di Barcellona. Sono grigia come quello di Milano.

Ho di nuovo 5 anni e le mani sporche di tempera. Un insieme indistinto di strisce colorate si litigano lo spazio sul palmo della mia mano. Il bianco non c’è. Mi dirigo verso gli scatoloni e mi accorgo che manca, solo un tubetto vuoto giace sul tavolo. I miei compagni hanno le mani sporche di leggerezza ed io sono rimasta senza. Sola con i miei colori ingarbugliati, con le mie emozioni dipinte, con i miei pensieri pesanti.

Fine episodio breve [28]