Episodio breve [10]: Senza titolo.

Chissà perché i pensieri migliori nascono per la maggior parte mentre stai su un mezzo pubblico, forse perché sono considerati dei non-luoghi; ossia che effettivamente in quel momento non sei da nessuna parte in concreto, ti stai solo avvicinando sempre di più ad una meta lontana o vicina che sia. In quel lasso di tempo capita di lasciar vagare la mente senza guinzaglio e inizi pure a pensare alle cose più strane e improbabili, tipo a cosa stia pensando il ragazzo accanto a te o la ragazza di fronte che si sta guardando assorta le unghie delle mani. Sguinzagli le storie più impossibili perché tanto non hai niente di meglio da fare. E ci sono gli Arctic Monkeys di sottofondo e quindi il tutto è reso ancora più interessante. Guardi la ragazza che ha appena ricevuto un messaggio e sorride allo schermo illuminato, e il ragazzo che ha preso il telefono in mano e sta scrivendo anche lui qualcosa su qualche social network. E se si conoscessero? Magari sono amici su Facebook e si sono ritrovati su questo non-luogo così in maniera casuale e non sanno cosa dirsi perché non si conoscono direttamente, si sono solo visti rinchiusi in un quadrato virtuale, sorridenti e in un certo senso “finti”. Sì insomma, la foto del profilo di Facebook mostra un’espressione sola mentre nella realtà di tutti i giorni il nostro viso si deforma in migliaia di migliaia di espressioni diverse, si modifica in continuazione a seconda del nostro umore o dell’ambiente che ci circonda. Gli Arctic Monkeys continuano imperterriti in sottofondo, continuano a vibrarmi nelle orecchie. Torno ad osservare la ragazza che sta anche lei per indossare le cuffiette, magari chissà adesso metterà la stessa canzone che sto ascoltando io. Quante altre ragazze ascoltano gli Arctic Monkeys? Quante altre indossano la maglietta nera che sto indossando adesso? Sicuramente moltissime. Allora, cosa mi rende unica? Cosa mi rende speciale rispetto alle altre milioni e milioni di ragazze nel mondo? Quante, come me, sorridono nel vedere un campo di girasoli? Quante, come me, amano andare al cinema e adorano vedere i trailer più del film stesso? Quante non hanno la minima idea di quale sia la strada della loro vita? Quante sono sedute in autobus con le cuffiette ad ascoltare proprio gli Arctic Monkeys?

Cosa ti rende speciale, cosa ti rendi unica?

La ragazza si alza e chiama la fermata. Il ragazzo alza lo sguardo e le sorride. Insieme scendono dall’autobus.

E gli Arctic Monkeys smisero di suonare.

Fine episodio breve [10]

 

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Episodio breve [9]: Storie di convivenze (in)felici

23476648_1493933720721910_751846235_nCari amici and amiche, purtroppo non riesco a raccontarvi quotidianamente le mie rocambolesche esperienze a causa di questo terribile fastidio pari ad un’orticaria chiamato UNIVERSITÀ. Ieri sono tornata a casa, qui in quel di Brescia, e dopo aver ringraziato di esistere il mio bagno e il mio letto comodo, mi sono sorpresa a riprendere in mano i miei vecchi compagni di viaggio e di esperienze: i miei diari. Ho iniziato per la prima volta a buttare giù i miei pensieri circa 4 anni fa, sull’aereo diretto a Dubai e poi a Sydney. Da quel giorno ho iniziato a sviluppare un amore nascosto per i moleskine (rigorosamente con copertina nera e pagine a righe) e da lì in poi ci scrivevo e incollavo qualsiasi stronzata trovassi in giro: dalle foglie secche cadute dagli alberi in autunno, ai biglietti da visita di parrucchieri,negozi di abbigliamento,ristoranti,… persino le carte delle cicche che mangiavo! Insomma, uno schifo. Come la mia vita in quel momento, o almeno così credevo che andasse (MA CHE BELLA L’ADOLESCENZA AAAHH).

Ritornando al punto, ripresi in mano i miei primi episodi brevi che avevano come protagonisti i miei primissimi coinquilini e come “ambientazione” il mio vecchio appartamentino al Clot, Calle Sant Joan de Malta. Penso di parlare a nome di tutti gli studenti fuori sede, i quali come me,hanno preso la malsana decisione di condividere un appartamento, che convivere con qualcuno (o con parecchi) non è per niente facile. L’inizio è la parte più significativa, come in un esperimento scientifico con le cavie, praticamente attraverso piccoli avvenimenti quotidiani si cerca di capire quale fra di voi sia il passivo, l’assertivo e l’aggressivo. Io, per esempio, ero l’aggressiva.

Cosa intendo dire esattamente? Beh, allora:

  1. Stile PASSIVO:  “L’obiettivo generale dell’individuo è evitare ogni possibile conflitto, ridurre l’ansia di esporsi, rimandare le decisioni e ottenere la benevolenza dell’interlocutore”. Ossia, il coinquilino perfetto, tutti vorrebbero un passivo in casa che ti lasci fare tutto quello che vuoi pur di non arrivare ad uno scontro verbale.
  2. Stile ASSERTIVO: “Il comportamento assertivo può essere definito come un’onesta espressione dei propri bisogni, emozioni e opinioni adeguatamente alla situazione specifica in cui ci si trova senza che questo provochi senso di colpa o rabbia.” Praticamente quello a cui aspiro ma che ovviamente non riuscirò mai a raggiungere. Il coinquilino assertivo è tipo la Madonna scesa dal cielo per illuminarci e salvare il passivo dall’aggressività del coinquilino numero 3: Ripeto nel caso ci siano problemi, si tratta di me.  Il coinquilino assertivo è colui che rispetta quasi sempre le mansioni e quando non lo fa ha comunque una spiegazione ben studiata al riguardo.
  3.  Stile AGGRESSIVO: Le convinzioni di chi ha uno stile aggressivo sono: “Devi mostrarti forte altrimenti gli altri se ne approfittano”, “Chi fa da sé fa per tre”, “Se non ti imponi subisci”. Chi ha uno stile aggressivo è esageratamente competitivo, invade lo spazio altrui, genera nell’altro paura o aggressività e ostacola la trasmissione e la comprensione del messaggio che sta inviando. LOL.

Ovviamente il mio stile è errato ma tutti abbiamo avuto almeno una ME in casa. La tipica coinquilina\o che vuole sempre aver ragione anche se in realtà non ne ha; che utilizza la lavatrice quando ne hai più bisogno perché tu ieri alla stessa ora ti sei fatto la doccia e dovevo farsela lei\lui. Insomma, è un gioco del cazzo a cui mi sono divertita a partecipare, devo premettere che io avevo dei coinquilini veramente speciali e agire in maniera aggressiva era davvero l’unico modo per farsi rispettare. Non so se avete presente quanto sia bello farsi la doccia gelata perché l’acqua calda è stata usata tutta precedentemente dalla tua coinquilina che: “Chica scusa, dovevo lavarmi i capelli”.  GIOIA, NON E’ COLPA MIA SE HAI I CAPELLI DI SHAKIRA E CI METTI TRE ORE E UN QUARTO A LAVARTELI. Per non parlare della cucina sotto il dominio del mio coinquilino passivo nei periodi in cui non c’era nessuno in casa. Zampettava silenziosamente fino alla cucina, ovviamente controllando prima che non ci fosse nessuno, si preparava di quelle cose che Cannavacciuolo aiutami tu, e poi si portava tutto nella sua caverna lasciando la cucina un disastro. Dopo qualche ora riusciva con i piatti sporchi che lavava senza l’utilizzo del sapone! E io,di questa disgustosa notizia, sono venuta a conoscenza solo dopo ben 2 mesi interi di convivenza. Già.

Insomma, la convivenza è fatta basicamente di continui alti e bassi; ci sono state giornate in cui ci riunivamo tutti nel nostro piccolo ma comodo soggiorno e ridevamo di noi stessi mentre condividevamo un po’ del cibo che ci eravamo preparati per cena, e ci sono state altre in cui si lasciava aperto il rubinetto in cucina, mentre l’altro faceva la doccia, per ripicca.

Eravamo tutti di nazionalità diverse ed era bello trovarci a parlare con i nostri accenti e i nostri “nel mio paese si fa così …”,”nel mio invece non si fa così …”. La diversità è bella, tanto che,quando siete tutti insieme con una birra in mano, ti dimentichi facilmente di chi è passivo e chi assertivo, e così via. Ci sono solo amici. Ubriachi.

 

Fine episodio breve [9].

 

 

Episodio breve [8]: Perché finisco sempre in situazioni più grandi di me?

universitat-de-barcelona-spain_l.jpegCare amiche & amici, ritorno dopo un certo silenzio stampa per rendervi partecipi delle mie ultime avventure. Tralasciamo le prime settimane di università, in cui praticamente vagavo come una anima in pena in mezzo alle bandiere catalane indossate a mo’ di mantello di Superman, e passiamo ad argomenti più freschi perché di esporre le mie idee sull’ indipendenza in atto non ho proprio più voglia. Dopo le varie occupazioni e i vari “dovete uscire dall’aula per motivi di sicurezza” (hashtag manifestazioni PACIFICHE) finalmente riesco scaldare le sedie come una qualsiasi altra normale matricola universitaria. No, non sto esagerando, ultimamente tutto quello che faccio è proprio SCALDARE UNA SEDIA perché capisco metà delle cose che vengono spiegate. Non si tratta solo della lingua, nonostante abbia un buon livello di spagnolo, ma è proprio il metodo “NON VI DICO NIENTE TRALLALERO TRALLALA'” dei docenti e di tutti quelli che lavorano lì dentro. La mia prima lezione? Introduzione al greco in CATALANO; ero già pronta a farmi due ore in silenzio a non capire un emerito broccolo e invece no, perché entra sto figo della madonna che ha visto troppe volte l’attimo fuggente e decide di farci la versione catalana quindi la lezione diventa INTERATTIVA! Lentamente cerco di prendere lo stesso colore del banco quando ecco, ECCOLO CHE ARRIVA quello sguardo puntato su di me che fiuta la paura come un piccolo segugio. Mi chiede qualcosa che ovviamente non capisco quando la mano di Dio decide di risparmiarmi una scena patetica e mi manda in soccorso la mia compagna di banco che mi traduce bisbigliando in castellano. Il figone mi aveva solo chiesto come cazzo mi chiamassi.

Finita la lezione gli faccio presente che non sono stupida ma sono solo italiana e di catalano ancora non ci capisco una ceppa e lui mi sorride e mi risponde nella mia lingua madre: “Tranquilla, puoi parlarmi in italiano se vuoi”. Ok zì, lo farei pure se questo mi permette di vederti ma la nostra storia è già finita in partenza perché comunque quando parli in catalano non te capisco.

Il mio piano di studi poi è fatto con il culo perché ho una lezione che inizia alle 19 di sera e finisce alle 21, e andrebbe anche bene se non fosse che il docente è schizofrenico e parla alla velocità della luce QUINDI anche lì annuisco e fingo di capire quando in realtà colgo 5 parole su 15. Per fortuna ci sono i miei compagni che sono delle cime e quindi alle mie numerose domande rispondono sempre in modo esauriente: “Boh,non lo so” MOLT BE’!

Poi io sono anche giusta e corretta, perché potevo fare la furba e andare a fare introduzione alla lingua italiana e starmene zitta e magari sbagliare qualche verbo di qua e di là nei testi MA NOO io volevo fare portoghese e quindi eccomi qua con un’altra lingua in mano e tredicimila accenti nuovi da memorizzare.

Insomma, si tratta sì di una situazione più grande di me ma allo stesso tempo mi rende anche orgogliosa e felice. Entrare in questa università non è stato per niente facile proprio per la loro politica “AH MA TI SERVE UN’INFORMAZIONE? E IL CAZZO CHE ME NE FREGA?” ma alla fine ce l’ho fatta e piano piano ci sto prendendo la mano… Alla fine è così per ogni cosa, no?

 

Fine episodio breve [8]

Episodio breve [7]: Ti coloro la vita.


15135894_1128914027223883_1184231705633447938_nCari amici&amiche, tre mesi fa ero nella stessa camera, la mia, la solita cuccia accogliente dove mi rintanavo quando il mondo urlava troppo e avevo bisogno di una pausa. Sono arrivata ad un momento della mia vita in cui so esattamente chi voglio con me al mio fianco, chi vale realmente la pena di tutti quei soldi spesi per tornare a rivedere i loro sorrisi e/o a spendere due chiacchere insieme davanti ad una tisana la sera tardi. Non ho tanti amici e non ho nessun problema a dirlo (o in questo caso a scriverlo), come ho già fatto presente precedentemente viaggiando molto le persone che ti circondano spesso prendono strade diverse dalla tua ed è giusto così perché comunque ne conoscerai altre ed altre ancora…

Eppure ora so esattamente chi resterà con me nonostante tutto, non importa dove vada e quanto tempo ci stia, so che posso contare sulla loro presenza in ogni caso. Non serve che scriva i loro nomi perché a dire la verità non so nemmeno se ancora leggano questo stupido blog dato che si devono sorbire quasi ogni giorno i miei pensieri pesanti quanto macigni e le mie battutine da quattro soldi.

Con me ogni giorno è una storia diversa, non sono mai stata una persona semplice e tutti coloro che hanno avuto il cosiddetto PIACERE di conoscermi lo sanno molto bene… Mi considero una sorta di animatrice perenne, voglio circondarmi sempre di persone allegre che si divertono insieme a me. Voglio colorare le vite altrui, è sempre stato così fin da quando ero bambina stavo sempre in mezzo agli altri a ridere e scherzare e non stavo mai zitta, addirittura diventavo “molesta” e le maestre mi mettevano in castigo. Stronze.

Io vivo la vita come se fosse un enorme palcoscenico e io la sua unica attrice. Sotto i riflettori sono una grande star, voglio che tutti mi adorino e se non lo fanno faccio anche quella che se ne frega e mostra il suo lato più duro. “Sei forte, sei una dura” mi dicono in continuazione, poi però nel backstage succedono tante cose e lì non voglio riflettori.

Ci sono giorni in cui vorrei essere la ragazza che alle feste si siede in disparte, che è bella come un quadro perché non si sbilancia troppo con le parole e non azzarda colori con i capelli o con il trucco. Bella perché sorride e basta e non fa o dice cose stupide e non urla. Bella perché davanti ad un caffè ti racconta che vorrebbe fare l’erasmus però più avanti perché ora non si sente pronta, ora ha la foto del cappuccio macchiato da fare per mettere l’hashtag #buongiorno. E io cazzo a volte vorrei essere così ma ho troppe cose da dire e che siano inadeguate o meno me ne importa poco, e io ballo e i capelli li ho tinti di azzurro,verdeacqua,rosso ciliegia,rosso aranciato,arancio,nero liquirizia,rosa,color mirtillo che non ricordo manco come fosse… E con gli amici sono una buffona e non riesco a essere bella come un quadro, perché al massimo sono bella come un mare in tempesta, dalle increspature selvagge e il sapore di sale che ti raggiunge anche da lontano. E sono rumorosa, tanto che la ragazza seduta in disparte mi odia perché ho la voce troppo alta. E io me ne frego, perché quando sono con gli altri mentalmente sono sul palco e sul palco non esiste nessun altro.

E tutti i miei ex lo sapevano ma quasi tutti avevano una data di scadenza per “colpa” di uno dei miei tanti viaggi ed esperienze che continuerò a fare e di cui non ho nessun rimpianto. E ora mi trovo in un’altra breve fase di transizione in attesa di nuove emozioni,nuovi ricordi, nuovi nomi da aggiungere alla lista di persone conosciute, e così via…

Perché sono così, come un mare in tempesta e #vaffanculo.

Fine episodio breve [7]

Episodio breve [6]: Casa (?)

 


21362860_1436831913098758_2124362916_n.jpgCari amici&amiche, sono tornata a scrivere nero su bianco le mie innumerevoli paranoie mentali e le mie esperienze da piccola viaggiatrice senza limiti. Invece che inghiottire gelato e andare alla piscina del Rigamonti ho deciso di inviare il mio curriculum ad un’agenzia a caso, trovata su internet mentre cercavo un lavoretto estivo. Ok, l’animazione è sempre stato un mio pallino fisso, un punto di domanda che continuavo a spingere verso il futuro e finalmente mi ero decisa a provarci, così per gioco. Durante questi tre mesi sospesa in questa dimensione “fantastica” chiamata Chia Laguna Resort in Sardegna diciamo che ho fatto spazio nel mio bagaglio a nuovi ricordi e a nuovi sorrisi che come granelli di sabbia si sono infilati in ogni angolo della mia valigia. Vorrei fare il punto su alcune cose che magari potranno poi aiutare dei futuri animatori/animatrici oppure chi è già alla quarta o quinta stagione: siamo appunto ANIMATORI vogliamo rendere la vostra vacanza magica, vogliamo arricchirla con attività perché avete pagato apposta per non annoiarvi sulla sdraio con l’pad sempre fra le mani, eppure molti di voi ci rispondono male e spesso e volentieri non ci salutate nemmeno, ci ignorate manco avessimo la lebbra. Ho talmente tanti episodi imbarazzanti che non finirei più: dal chiamarmi schioccando le dita, al fingere di dormire pur di non parlarmi.

Queste cose mi facevano odiare il mio lavoro, mi sentivo del tutto inutile perché mi sbattevo come una cretina per persone che poi mi ridevano in faccia nel momento in cui offrivo loro di fare attività con me. Per non parlare di tutte le scuse immaginarie che la gente s’inventava pur di non muovere il culo… che poi non ti brucia niente fare 25 minuti di acquagym, rimarrai grassa comunque se continui ad infilarti cuccioloni doppiocioccolato in bocca. Poi c’erano quelli che mi facevano scattare il nazismo ignorante con la risposta più inutile del mondo: “No guarda, non vengo però ti guardo.” MI DICI CHE CAZZO ME NE PUO’ FREGARE? Se stai seduta non fai attività e dunque non fai numero, cretina.

Tre mesi con un programma fisso: sveglia alle 8.00, meeting alle 8.45, ingresso alla Pergola alle 9.10, risveglio in spiaggia alle 10.30, sponsorizzare la prossima attività fino alle 11.55 perché alle 12 inizia acquagym e finisce alle 12.30. Pranzo, pausa o prove spettacoli serali fino alle 14.50, meeting e inizio lavoro pomeridiano alle 15,alle 16 inizia waterdance (acquazumba) e alle 17 ho l’addormentamento muscolare (meglio conosciuto come stretching e saluto al sole). Alle 17.30 meeting e pausa fino alle 20.00 con ingresso ristorante (che in pratica è un disco ininterrotto di “buonasera, buon appetito”) fino alle 21 perché poi inizia la chiabù dance e in seguito lo spettacolo dove o facevi la bella statuina e battevi le mani a comando per far sentire i rincoglioniti che applaudivano meno soli oppure stavi sul palco a fare comparsate che manco il bambino che faceva sempre il vento o l’albero alle recite delle elementari.

La sera non abbiamo orari, non sappiamo mai quando finiremo per davvero però diciamo che da Luglio, ovvero dal termine delle prove serali e dei filage dei ballerini, non erano più orari spaventosi come le 3 o 3 e mezza del mattino.

Ho tanti momenti “preferiti” e sono piena di episodi brevi da raccontare, eravamo una banda di elementi strappati da ogni parte dell’Italia e rinchiusi in un nuovo piccolo mondo pronti a cambiare e a mutare insieme, a collaborare con passione ed energia anche se la notte prima siamo andati a dormire distrutti e con la voglia di tornare a casa sempre più forte. Il cielo rosa che ci accoglieva ad ingresso ristorante, le risate stanche al Baia e gli incoraggiamenti silenziosi comunicati solo attraverso abbracci e carezze rapide.

Vivendo da animatore impari ad apprezzare ogni piccola cosa, come ad esempio le brioches calde la mattina al posto delle solite fette biscottate e marmellata, o il caffè offerto da un ospite che più per piacere te l’ha offerto perché gli facevi pena. Ricorderò sempre la prima mancia che mi diedero e ciò che mi dissero: “Emma, sei come una figlia ormai” e questo solo per qualche pomeriggio passato insieme e qualche chiacchierata in più sulla spiaggia. La soddisfazione più grande la ricevi quando ti fanno i complimenti per come hai lavorato e per come continui a lavorare, non solo dai tuoi ospiti ma anche dai tuoi capi e responsabili perché pur sapendo che non è la tua strada e che non sarà mai la tua carriera, sei riuscita a dare del tuo meglio e a portare una bella stagione al termine.

Mi chiamavano “miss sorriso” perché sorridevo sempre, ma era solo grazie a loro e al bellissimo posto in cui stavo. Chia e Staff d’animazione 2017, ti ho dedicato tutti i miei sorrisi perché valevate la pena e vi terrò sempre nel cuore nonostante tutto.

Chissà che questo non sia un addio, chissà.

Fine episodio breve [6]

 

 

 

Episodio breve (5): Valigia sempre più piena e pensieri sempre più vuoti


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Cari amici & amiche, la mia fase depressiva continua e io non trovo neanche più conforto nelle tagliatelle al ragù della mia nonna. Essendo conscia della mia “malattia” so bene che si tratta solo di una fase passeggera, che fa solo parte di un ciclo noioso e ripetitivo. Mi sono costruita una vita ricca di viaggi ed esperienze ma a livello umorale seguo una sorta di pallosissima montagna russa infinita che manco il bruco del luna park…

Siamo al 25 di maggio e io sono ancora a Brescia a rimpiangere le mie decisioni e a leggere per riprendere un italiano un po’ più sofisticato di quello che ho ora che sarebbe la versione scadente presa al Penny market. Beh, ma non faccio solo questo! Pratico anche il mio sport preferito: “incontrare gli ex e gente di tutto il mondo quando sei struccata, in pigiama e con i capelli ridotti ad un nido di rondini”, un divertimento per tutta la famiglia.  

Sinceramente ho sempre dato più importanza alla mia personalità rispetto al mio aspetto fisico, e non perché mi senta “brutta” (mi reputo una ragazza normale) ma perché so benissimo che il mio carattere è fondamentalmente il mio pezzo forte. Questo è quello che penso io di me stessa, poi se qualcuno ha OVVIAMENTE da ridire…beh non mi interessa proprio. 

Sto riempiendo dunque un’altra valigia con pensieri e speranze ma soprattutto con l’ANSIA. Grande amica mia, inseparabile. Forse fare l’animatrice mi aiuterà ad affrontare i problemi che ho nel relazionarmi con la gente, a essere meno selettiva e chissà magari imparerò a non giudicare le persone in base ai film che guardano.

Il mio problema è che faccio la dura e sembra che abbia una facciata impenetrabile e apparentemente indistruttibile, ma in realtà ho pensato molte volte di smetterla. Sì, insomma, smettere di girare e di lasciarmi trascinare in progetti che mi obbligano a muovermi, a viaggiare altrove. A volte sento il bisogno di stare ferma, almeno per un po’. Non sto fuggendo da niente e non sto scappando da nessuno. Una volta pensavo di sì, pensavo che fosse una maniera di alleviare il dolore (e no, non parlo di un’unghia spezzata o del finale di Hunger Games) che fosse una via di fuga dal futuro e dalle responsabilità. Ormai ho accettato anche le mie ombre più oscure, una parte dentro di me che cerca ogni giorno di strangolarmi o di farmi capire che è lei a comandare. Mi fa paura, lo ammetto. So che un giorno potrebbe vincere davvero su di me ma sono conscia del fatto che viaggiare non sia comunque la soluzione, la risposta sono io stessa e il mio atteggiamento nei miei confronti. A volte penso ad una vita da ferma, sotto i piedi il prato dove sono cresciuta e assaporare l’aria che accarezza gli ulivi a cui sono sempre stata inconsciamente allergica. Sarebbe stata una felicità diversa o forse mi sarei sentita come un uccellino in gabbia.

Nel frattempo abbraccio tutte le mie spine insanguinate e voglio che mi guardi, sì ,voglio che mi guardi fiorire.

Fine episodio breve (5).

 

Episodio breve (4): Ciclotimia.


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Questo è un episodio triste, perché ho le lacrime che mi inondano gli occhi e il cuore straziato di ricordi. Questo è un episodio che avrei voluto non scrivere, ma ancora una volta ho deciso che le cose dovessero andare diversamente.

Sono seduta sul divano di casa mia ed è tutto molto bello, tutto molto familiare e in un certo senso confortante. Non ti devi preoccupare dei turni per la doccia, dei piatti da lavare, dei piatti della tua coinquilina che ancora si rifiuta di lavare. Non ti devi preoccupare di andare a fare la spesa, di comprare l’arsenico per quando non hai proprio voglia di socializzare o di pulire casa.

E’ proprio bello, tornare, cazzo quanto è bello tornare. Però so che non è un ritorno qualunque perché comprai un biglietto di sola andata e nessuna “vuelta”. Perché sono tornata in quel periodo tra un’esperienza e un’altra in cui non capisco più niente e soffro come un cane. Ma per spiegarvi questo mi serve tornare un po’ indietro…

Nella mia vita ho avuto ben nove psicologi. No, non è un numero fittizio. Sì, proprio nove. Anche se alcuni di essi hanno avuto vita breve. Il primo tentativo non fu un successone, mi si chiese di disegnare quello che per me rappresentasse meglio la”famiglia ideale” … Avevo solo 9 anni per l’amor del cielo, ero affascinata dagli animali ed è una cosa abbastanza normale a quell’età. Mi piacevano soprattutto i lupi, e nella composizione generale buttai lì anche una zebra sanguinante, tanto per dare un po’ di colore. La psicologa non lo prese bene e io invece non capii proprio dove avessi sbagliato, forse il rosso del sangue era poco evidente, forse l’espressività dei lupi era poco visibile,… Mah.                                                    

La lista è lunga ma sarò breve: del secondo mi ricordo solo l’intenso odore d’incenso per mascherare l’olezzo inconfondibile di erba che aleggiava nello “studio” in casa di sua madre; la terza non volle nemmeno sapere il mio nome, semplicemente mi mise su un lettino che puzzava di piccione in putrefazione e mi fece ascoltare il ripetuto scrosciare delle onde sulla spiaggia. Risultato? Mi pisciai addosso e provai anche un leggero compiacimento. Fottiti, cretina. Il quarto e il quinto non me li ricordo particolarmente, devono essere durati proprio poco. Arriviamo così alla sesta, la mia preferita, che azzardò una diagnosi così, su due piedi, solo guardandomi in faccia:”Mi sai di sindrome dell’abbandono” mi disse. Sì, questa era una demente vera, cerebrolesa, per questo non servì pisciarmi addosso perché mia madre prese subito la parola dicendole che poteva anche andarsene a cagare.                                                                                                      

Arriviamo al settimo e io ero già bella cresciuta (come una margherita in un campo di rose però vabbè) e splendevo di pura stronzaggine nei miei 13 anni. Mi piace sfidare la gente, portarla al limite e all’esasperazione, figuriamoci poi da adolescente arrabbiata con il mondo e che schifo la vita. Non rispondevo alle domande che mi poneva, semplicemente mi limitavo a guardarlo e a contare tutte le somiglianze che aveva con John Lennon. “Adesso ti farò vedere delle immagini e tu mi dirai la prima cosa a cui pensi vedendole” mi disse, con un lieve tremolio nervoso nella voce. “Dai, fammi vedere, mostramele” pensai, continuando a guardarlo con aria di sfida e saccenza. Io,al tempo, avevo la fissa per psicologia (sì, fa molto ridere) e sapevo già bene cosa fosse il test di Rorschach e non appena tirò fuori le sue dieci tavole gli recitai a mo’ di Wikipedia la definizione e lo scopo del “gioco”. Addio quindi allo psicologo numero 7. La psicologa numero 8 adesso fa la gelataia. Ed eccoci all’ultimo, forse l’unico che lasciò un rilievo nella mia esistenza. Questo perché disse che secondo lui soffro di ciclotimia… lasciate che vi spieghi: la ciclotimia è un disturbo dell’umore caratterizzato da periodi alternati di depressione e di ipomania. Talvolta ci sono periodi di normalità, in cui l’umore sembra essere stabile, tuttavia non durano più di due mesi. L’individuo ciclotimico soffre  dunque l’alternarsi di periodi di iperattività, creatività e spirito d’iniziativa , con periodi di ipersonnia, apatia, lentezza di riflessi e difficoltà di concentrazione.                           

Bene, detto questo mi riesce più facile spiegarvi il perché stia male. Il ciclotimico in fase ipomaniacale sovrastima le proprie capacità e sfoggia un atteggiamento saccente,aggressivo e arrogante, pensando di potersi “mangiare” il mondo. Quindi prende decisioni e intraprende progetti in maniera del tutto impulsiva in un vero e proprio delirio di autostima ipertrofica. 

Tutto questo per dire che qualche mese fa presi la decisione di andare a fare l’animatrice questa estate in una delle mie fasi appunto ipomaniacali, e ora faccio i conti con la mia fase depressiva che si pente di molte cose e rimpiange la decisione presa. Si tratta di persone che ho lasciato, si tratta di un capitolo nuovo, breve ma comunque determinante. 

Te veré cuando vuelva el invierno, para poder empezar otra vez. Esto quiero, esto espero. (M)

Fine episodio breve (4)

Episodio breve (3): Eccomi, Barcellona!


Cari amici & amiche, molt15171300_1144009362381016_7743986761984337251_ne persone mi hanno chiesto perché abbia scelto proprio Barcellona, perché la Spagna… Beh, in realtà è stato tutto un gioco del caso, o del “destino” se proprio volete che lo dica, anche perché io un po’ ci credo. Sì,però, niente di romantico, si tratta solo di semplici coincidenze che comunque sorprendono e ti fanno pensare che forse la strada che hai intrapreso non è poi così sbagliata, che se già qualcosa di nuovo s’incastra nella tua esistenza allora forse è giusto continuare e vedere cosa potrebbe uscire di buono.

L’inizio qui non è stato facile, anzi. Nonostante mi piaccia starmene da sola, in quel periodo la solitudine mi stava mangiando viva, era diventata insopportabile, tanto che andavo sempre più spesso nei supermercati a fare spese inutili solo per poter parlare con le vecchiette catalane che ordinavano il pesce. Non capivo niente di quello che mi dicessero, anche quando dissi loro che ero italiana, continuarono imperterrite in quel dialetto misto fra quello bresciano e calabrese. Non solo, dato che era settembre e faceva ancora un caldo maledetto,i turisti gironzolavano ancora felici, e dato che il mio ostello si trovava in Carrer d’Aragò (molto vicino a Passeig de Gracia e Casa Batlò) a volte scorrazzavo come un cane randagio da quelle parti in cerca di qualcosa che trovavo sempre: italiani. Insomma, dai. Siamo come il prezzemolo, porca miseria.

Quando iniziarono i corsi iniziai a farmi degli amici e a prendere più confidenza con questa meravigliosa città. Ok, però, cosa c’entra il destino in questo miscuglio di depressione e solitudine? Beh, sono venuta qui anche perché qualche annetto fa avevo letto un libro: L’ombra del vento, di Carlos Ruiz Zafon. Anzi, anzi, in realtà la storia risale da ancora prima … perché mia madre lo lesse prima di me e si divertiva sempre a raccontarmi pagina per pagina tutto quello che accadeva ogni volta che eravamo in vacanza (al tempo a Venezia) con tanto di enfasi e teatralità esagerata, perché come sapete la mela non cade mai lontana dall’albero ( mi raccontò anche “Uomini che odiano le donne”, senza censure). Quindi tutto iniziò da un racconto, che mi piacque così tanto che dopo un anno o due, quando fui più grande, me lo comprai anche io e mi ci immersi entusiasta. Lì conobbi la mia Barcellona per la prima volta.

Dopo aver lasciato il ragazzo (o essere stata lasciata, ancora non mi è chiaro e ancora non me ne frega un cazzo) e aver passato un’estate di profonda indecisione e paranoia sul futuro (passai tre giorni a piangere ogni volta che qualcuno nominava la parola “università”) il 5 settembre mi dissi di piantarla di fare la cretina e di impegnarmi per qualcosa che volevo davvero, che non fosse l’Australia perché è tutto molto bello ma 36.000 euro per un anno di Uni finisco a mangiare al Biafra e a fare palloni della Nike in cantina.

E allora ho avvertito pochi e salutato ancora meno e sono partita di nuovo verso l’ignoto. Verso l’abbonamento della palestra (vedi episodio 2). E tutto sembrava dirmi che avevo fatto la scelta giusta… quando finalmente trovai l’appartamento e arrivai sul pianerottolo stretto con le scale che puzzavano di umidità e morte (però al tempo mi sembrava tutto bellissimo e spettacolare) e una volta che ebbi le chiavi le guardai contenta nella mia mano e sentii il viso che pian piano si deformava in un sorriso di sollievo. Tutto per una semplice targhetta ,che penzolava in mezzo alle altre chiavi, con scritto “Venezia“. Così si chiamava il mio appartamento.

E qui, cari amici, inizia una delle storie più belle della mia vita con moltissime altre coincidenze di cui vi farò partecipi. Breve però intensa, breve però profonda, breve però divertente, breve però vera.

Aprii la porta e ad aspettarmi c’era una ragazza dai capelli lunghissimi color dell’oro che levate Shakira, aveva in mano una bottiglia di vino e mi accolse con un enorme sorriso.

Cari amici & amiche, così è come conobbi Joyce, la mia prima coinquilina a Barcellona.

Fine episodio breve (3).

Episodio breve (2): Sì,però,quando torni?

 


35e05475254ffae41bbfc81c4664b42fCari amici & amiche, con questo episodio non ho intenzione di suscitare la vostra pena, che non mi interessa assolutamente… se poi state nella parte sinistra delle scale mobili della metro, meno ancora. Io mi attengo ai fatti,alle emozioni che ho provato e ,come ho già scritto nell’introduzione, a una sincerità quasi infantile.

Quando leggete il mio blog voglio che pensiate che mentre scriva sia ubriaca, che sputi parole e pensieri privi di qualsiasi filtro, senza freni e senza limiti. Detto questo inizierò con l’episodio (quasi) breve numero 2, che riprende il viaggio in Australia ma che fondamentalmente si può applicare anche adesso. Tutte le volte che sono partita ho perso qualcosa … e adesso non voglio tirarvi fuori la frase fatta “ho perso un pezzetto di me, cuore cuore”,no. Parlo di persone che pensavo fossero mie amiche, mie alleate, e poi sono svanite nel nulla. Alcuni per dei motivi stupidi, altri invece perché la distanza che ci divideva era lacerante e quindi sempre più spesso la sera, il momento prediletto dagli ex per rendere il tutto più drammatico e non farti dormire un cazzo dopo, lo schermo del telefono si illuminava per un messaggio d’addio: “Hey, come stai? ….” Seguito da discorsi e risposte inutili, che a nessuno dei due interessavano, però sono formalità da fare per introdurre il vero colpo di scena, come quando il fidanzato ti dice che sei bellissima poco prima di lasciarti. Insomma, sapevamo entrambi che il sipario prima o poi si doveva chiudere: “Sì, ahaha, sì, però… quando torni?” Non è tanto il fatto che non voglia tornare, un messaggio così si sa che non ha risposta. Perché? Perché è una domanda superflua, si sa benissimo quando torno solo che è difficile mantenere una conversazione con qualcuno che non vedi da più di 3 mesi… perché alla fine si arriva alle risatine stupide e alle emoticons sorridenti come risposta in quanto si è rimasti privi di argomenti. Quante persone ho perso, quante che se ne sono andate. Ma che potevo fare? Anche questa è una delle conseguenze del partire per diverso tempo, solo che nessuno lo dice. Però tranquilli, perché le amicizie funzionano un po’ come un sala d’attesa. Sì dai, tipo quelle del dottore e così via … Quando una sedia rimane vuota,perché qualcuno si alza,è solo questione di tempo perché venga occupata nuovamente da un’altra persona che ti guarda e ti sorride con gentilezza.

E adesso arriva il momento in cui parlo di quanto sia una stronza … beh dai, relativamente stronza. E mi dispiace davvero, tutte le volte mi dispiaccio moltissimo ma è giusto che riveli anche questa parte di me perché così possa poi accettarla e semplicemente andare avanti con essa. Quando sono tornata dal mio viaggio in Australia per me non c’era più nessuno. Mi sono aggrappata a persone che ormai erano andate (giustamente) avanti con la loro vita, con le loro cose, senza di me. Era tutto cambiato ed è stato come se mi fosse crollato il mondo addosso (sì, sono molto egocentrica). Mi sono ritrovata senza nessuno e diciamo che quello è stato davvero un periodo buio della mia vita … però la mente non smetterà mai di affascinarmi. E’ come se fosse scattato qualcosa, una sorta di meccanismo di autodifesa elaborato proprio in quell’istante che permane ancora oggi dentro di me. L’ho chiamato “sistema a riccio“, ovvero diciamo che consiste nel non far entrare più nessuno nel mio cuore. Molto poetico detto così, vero? Sembra una frase di una canzone emo rock. Detto in parole più semplici: non mi lascio affezionare troppo alle persone che incontro. C’è questo meccanismo del tutto involontario che me lo impedisce; è come se ci fosse una barriera che in uno dei tanti addii non mi permetta di piangere, di dispiacermi fino ad arrivare a sgorgare lacrime di tristezza. Io agli addii non ho mai pianto, mi dispiaccio e basta. Lo so, sembra terribile e vi giuro che non ne faccio un pregio e, se ne sto parlando ora così apertamente, è solo perché voglio imparare ad accettare anche questo aspetto di me stessa. Purtroppo è anche vero che ci si abitua una volta che vivi all’estero, perché di persone ne vedi veramente tantissime e con alcune stringi davvero dei legami speciali ma io ho sempre questa voce nella mia testa che mi dice che è tutto passeggero,di non affezionarmi troppo.

Ci sono tantissimi lati positivi nel viaggiare e vivere all’estero e tutti si appoggiano su di essi senza contare però tutto ciò che invece si perde.

 

Fine episodio breve (2)

 

Episodio breve (1): Sydney a 16 anni

 


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Cari amici & amiche ,
in questo episodio “breve” vi racconterò del mio primo approccio con l’ignoto, con lo sconosciuto. Che cosa voglio dire? Ebbene, avete presente quando qualcuno ti compra un regalo e di colpo cadi in quel piccolo oblio di domande come: “Oddio, ma cosa sarà?”  e quando arriva il momento tanto atteso e lo strappi da ogni sua protezione, lo dissezioni,lo scarti selvaggiamente per poi scoprire che era un abbonamento in palestra. Beh, Sydney è stato il mio regalo misterioso e quando l’ho finalmente aperto mi sembra inutile dirvi che mi ha cambiato totalmente la vita, altro che abbonamento.

Quindi le mie esperienze di convivenza già iniziano nel lontano 2014, a Luglio per i successivi 6 mesi. Dopo aver salutato parenti, amici e fidanzato d’allora (traumatizzato perché la sua prima morosa nella vita scappa dall’altra parte del mondo) con tanto di festa che sembrava d’addio, – tanto lo sappiamo che non tornerai più!- e stronzate varie, finalmente iniziai ad immergermi nel mio primo viaggio a lungo termine. Mentre scendevo le scale mobili dell’aeroporto di Milano Malpensa, insieme agli altri malati che invece che andare a Londra hanno deciso di vedere i canguri con la Youabroad, guardai per l’ultima volta mia madre e la salutai con la mano, giusto in tempo per vederla sillabare piano “E’ solo l’inizio, Emma”.

E aveva ragione. Ero troppo emozionata per pensare a quello che stavo lasciando e, purtroppo o per fortuna, questa apparente “indifferenza” mi seguirà per il resto dei miei viaggi. Non importa chi stia lasciando, non importa cosa mi lasci in sospeso a casa, io ho sempre voglia di partire. Non dico che sono una stronza insensibile, solo che non mi lascio frenare da niente e da nessuno; quando mi metto in testa qualcosa che so con tutta me stessa che devo fare, che devo vivere, allora mi hai già persa in partenza. Non dico nemmeno che non mi sono mai innamorata, anche se ho un’idea alquanto pessimista dell’amore (altra storia), ma la mia fame di esplorare il mondo in ogni suo lato è insaziabile e niente mi ha mai fermato e potrà fermarmi.

Ma ritorniamo al viaggio interminabile da Milano Malpensa per Sydney, con scalo a Dubai. Dopo essermi informata ho scoperto che ad andare veramente a Sydney eravamo solo in due, mentre tutti gli altri avevano optato per la costa. Dopo 17 ore di aereo e forse 2 di sonno siamo finalmente arrivati a Dubai dove ci aspettavano 4 ore di scalo per il volo seguente di altre 7 fantastiche ore. Insomma, è stato un viaggio veramente traumatico, ma sono sicura che se ci fosse un’offerta stracciata per domani sarei prontissima a rifare tutto. Appena arrivata l’aria invernale mi gelò la faccia smentendo immediatamente tutti quei deficienti che mi hanno detto “Che inverno vuoi che sia in Australia? Lo sanno tutti che fanno sempre 40 gradi!” Beh, belli de mamma, d’inverno ti geli abbastanza il culo. Ma al momento il freddo non importava, perché finalmente ero arrivata e a darmi il benvenuto fu comunque un cielo azzurrissimo. 

La famiglia che mi venne assegnata si rivelò una porta in faccia. Lo ammetto, lì davvero ho sentito il forte bisogno tornare a casa nella mia “comfort zone” e quasi mi stavo pentendo di tutti i sacrifici che avevo fatto per arrivare fino a lì. Non voglio dilungarmi troppo ma la casa era disgustosa e io sono davvero di poche pretese… Nonostante ami i gatti ne sono seriamente allergica, tanto che non posso nemmeno starci vicino. Lì vivevano quattro gattoni che avevano quasi più pelo di tutte le modelle femministe messe insieme. Dopo l’ennesima doccia fredda che feci (il riscaldamento non funzionava) decisi che forse fosse ora di prendere in mano la situazione e fare qualcosa. Beh, alla fine cambiai casa e quartiere e incontrai così la mia prima “coinquilina” : Isabela. Con lei ho tanti bellissimi ricordi, è stata una grande amica e soprattutto grande consolatrice. La famiglia Tahhan mi accolse come una vera famiglia australiana, ovvero con rutti e scoregge libere. Il mio livello d’inglese è sempre stato molto buono però vi giuro che là mi sembrava di parlare come Renzi. Avevano sto accento che rendeva difficile qualsiasi parola… non capivo nemmeno quando mi dicevano “Buongiorno”.                                                                    

“G’DAY,MATE!”                                                                                                                                       “YES, thank you!”  

Brava, Emma. Poi vabbè, “paese che vai, tradizioni che trovi” tipo l’avocado che stava in ogni cosa che mangiassi. Non fraintendetemi, adooooro l’avocado ma a momenti me lo mettevano anche sulla pizza! E se smadonno adesso con quella con l’ananas immaginatevi con l’avocado …

Altra domanda che mi fanno quasi sempre: Ma è vero che la fauna e la flora tenta di ucciderti in Australia? Sì, molto,molto vero. E ve lo dico con tranquillità, perché se sono sopravvissuta io alla fine sopravvivono tutti. Anche se gli episodi in cui ti trovavi mezzo pitone che usciva dal water ci sono stati (e non parlo del mio dopo la cena al messicano), per non parlare delle tarantole sulle maniglie delle porte,i coccodrilli che attraversano la strada e i pipistrelli grandi come bambini di 5 anni che ti volano sopra la testa. 

Mentre ero a Sydney, dato che non ero ancora morta, presi anche la decisione di fare un viaggetto nel deserto per vedere il famoso Uluru e i suoi cieli mozzafiato. Diciamo che lì ho seriamente rischiato la vita, perché l’agenzia con cui partimmo era veramente “low cost” e ci facevano dormire in questi merdosi sacchi a pelo, più scomodi del lavandino del parrucchiere. Ma la parte più grave fu quando mi scappò la pipi nel mezzo del nulla e della notte e tutti ovviamente stavano dormendo profondamente; i bagni erano dall’altra parte del campo e vi giuro che non c’era assolutamente niente nel mezzo se non la morte certa. Belle le stelle, bello tutto ma i dingo ( sono cani/lupo assassini figli di puttana) che ululavano in lontananza proprio no e allora, dopo aver scritto il mio testamento, dato che la situazione si era trasformata di vita o di pantaloni del pigiama bagnati, decisi di correre e lanciarmi nel vuoto. Finita l’adrenalina e dopo essere riuscita a raggiungere i bagni illesa da qualsiasi essere vivente nascosto in quel nulla australiano, mi addormentai secca in un angolo. Mi ritrovarono il giorno dopo.

Oggi è molto divertente ma in quel momento mi sembrava di stare in un gioco di Saw.

Fine Episodio Breve 1.